Nicola Latorre, docente Luiss di Relazioni internazionali a Scienze politiche e della School of Government dello stesso ateneo, è stato dal 2013 al 2018 Presidente della Commissione Difesa del Senato. Ha tra l’altro diretto l’Agenzia Industrie Difesa, focalizzando la sua esperienza nell’ambito delle questioni internazionali di difesa, sicurezza e intelligence di maggior impatto per la geopolitica del Mediterraneo.

Che idea si è fatto del caso Almasri?
«Certamente il Governo doveva avere il coraggio di dichiarare subito che l’espulsione di Almasri si rendeva necessaria, urgente e insindacabile per ragioni di Sicurezza Nazionale oltre che per le ragioni giuridiche che sono state formalmente addotte per non attuare la decisione della CPI».

Almasri doveva essere rispedito in Libia?
«Penso che l’iniziativa di rimpatriarlo fosse quella da adottare. Vedo che si discute sul mezzo di trasporto utilizzato, è un dettaglio di poco conto. Si sarebbe dovuto dire da subito che quella di Almasri è una questione di sicurezza nazionale. E chiudere così la partita, rivendicando da subito e con forza la decisione degli organismi competenti di rimandare in patria il libico».

C’è chi se la prende con gli accordi Italia-Libia.
«Sì, c’è chi addebita anche questa vicenda agli accordi a suo tempo sottoscritti tra Italia e Libia. Penso l’esatto opposto».

Peraltro le relazioni Italia-Libia su sicurezza e contrasto al traffico di esseri umani furono un caposaldo…
«Il senso dell’accordo che fu fatto con tutte le fazioni e le tribù libiche consisteva nell’uscita dei gruppi criminali dalla gestione dei flussi di migranti e nella partecipazione attiva nello sviluppo socioeconomico di quelle realtà. E del resto tutta la prima fase dell’attuazione aveva consentito i primi corridoi umanitari, l’ingresso dell’ONU nei campi di detenzione e soprattutto un progressivo coinvolgimento dei sindaci e delle tribù nella lotta alle organizzazioni che gestivano il traffico. Ridimensionare la portata strategica di quegli accordi e peraltro reclamarne la rottura, crea un cortocircuito».

È stato un errore abbandonare quella strategia?
«Sì, la strategia messa in campo con il governo Gentiloni e con il ministro Minniti non è stata portata avanti con determinazione e coerenza. Non è stato implementato quell’accordo, che poneva tutte le premesse per poter portare gradualmente a raggiungere una gestione diversa dei flussi migratori, togliendolo al controllo delle organizzazioni criminali. Dobbiamo prendere atto che un’alternativa a questo percorso non viene indicata da nessuno. Anche l’opposizione, che dovrebbe semmai rivendicare le iniziative di cooperazione con le autorità libiche di Minniti e Gentiloni, sulla Libia alza i toni senza avere un progetto alternativo».

La linea dura della destra e la non-linea della sinistra?
«In questi ultimi anni abbiamo visto da un lato la linea di chi continua a proporre un approccio esclusivamente securitario di fronte a un fenomeno che appare decisamente strutturale e dall’altro la linea di chi continua a chiedere una rottura degli accordi e un approccio ipocritamente umanitario, il combinato disposto di queste due posizioni sta svuotando accordi che invece andrebbero pienamente attuati e costantemente implementati».

Il giallo su Almasri nasce da quel suo viaggio indisturbato in giro per l’Europa, è transitato da Londra a Bruxelles alla Germania senza che nessuno lo fermasse.
«Non credo sia stata casuale la decisione della Germania di comunicare alla CPI che Almasri circolasse liberamente in Europa solo dopo che aveva abbandonato il suolo tedesco. E non penso a complotti, semmai a un cinico e spregiudicato calcolo di chi non voleva gestire la patata bollente di un eventuale arresto di un personaggio notoriamente protetto dalla Turchia con la quale non ci si poteva permettere un quasi certo conflitto, tra l’altro, nel pieno di una campagna elettorale nella quale il tema dell’immigrazione é uno di quelli centrali».

Veniamo alla questione giudiziaria. Quattro avvisi di garanzia pesantissimi: forse andava gestita diversamente dalle Procure.
«Ha certamente contribuito a rendere ancora più pasticciata la vicenda il contraddittorio comportamento di una corte d’Appello che denunciava l’inerzia del Governo e poi quello di una Procura che sull’onda di un esposto ha contestato al Governo di aver agito. Facendolo, peraltro, con una iniziativa che lascia per lo meno molto perplessi».

Nessun atto dovuto, quindi?
«Non mi appassiona la discussione se si sia trattato di un atto dovuto o voluto. So che l’atto dovuto era il rimpatrio di Almasri. Certamente é abnorme l’iniziativa della Procura, perché anche nel caso fosse un atto dovuto avrebbe dovuto riguardare solo il Ministro competente e non mezzo Governo e addirittura il Presidente del Consiglio. Nel caso della vicenda Salvini, non era stato coinvolto nel procedimento il Presidente del Consiglio dell’epoca dei fatti, Giuseppe Conte».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.