Opportunità e rischi
Le donne pagano il prezzo più alto della crisi, il Recovery Plan occasione per sanare diseguaglianze

Nel corso degli ultimi mesi, come forse mai prima, il tema delle disparità di genere è entrato nell’agenda del nostro paese. In effetti, se c’è anche un solo elemento positivo originato da questa assurda situazione di pandemia è l’aver svelato il carico delle attività di cura non retribuite che grava tuttora sulle spalle delle donne italiane. Non è un tema solo italiano: nel 2019, in media nella UE solo il 45% del lavoro delle donne è stato retribuito (a fronte del 67% del lavoro degli uomini). E questo è dovuto al fatto che il 75% del lavoro di cura informale, anche in UE, viene fornito, appunto, dalle donne.
Ed è sulla scorta di questi dati di contesto che, nella Valutazione di Impatto di Genere che abbiamo effettuato insieme alla collega Elizabeth Klazter sui fondi di Next Generation EU, abbiamo espresso alcune preoccupazioni circa gli esiti che l’impostazione adottata potrà causare sulle disparità di genere. Difatti, l’analisi effettuata ci ha prospettato un elevato ammontare di denaro mobilizzato in maniera sostanzialmente gender-blind (ovvero, cieca rispetto alle conseguenze sui diversi generi). Inoltre, gli ampissimi margini di manovra previsti per l’utilizzo concreto dei fondi sostanzialmente demandano la gestione dell’attribuzione dei fondi stessi ai singoli piani nazionali.
Ricordiamolo: il PNRR prevede l’utilizzo di risorse per circa 210 miliardi di euro. In base alla bozza di Regolamento RFF, i Piani nazionali dovranno essere presentati dai paesi beneficiari dei fondi entro il 30 aprile 2021. Il 70% di tali fondi dovrà essere impegnato entro il 2022, mentre il rimanente 30% potrà essere impegnato entro il 2023. Il nostro paese è il principale beneficiario, non solo perché è stato il paese più colpito dalla crisi Covid-19, ma anche perché è un paese che stenta a crescere da 20 anni e che ancora non riusciva a recuperare appieno dalla crisi economico-finanziaria del 2009.
L’obiettivo al quale l’elaborazione del PNRR dovrà quindi rispondere non è legato unicamente alla necessità che questi fondi vengano utilizzati. Ma, per essere pienamente efficace, dovrà innescare un meccanismo moltiplicativo in termini di reddito e di occupazione che sia quanto più vicino al pieno potenziale di crescita. Ed è qui che ritroviamo il tema della forza lavoro femminile. Le donne in Italia rappresentano oltre il 51% del totale della popolazione, possiedono un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini e quindi possono contribuire alla crescita della ricchezza nazionale. Ma la loro capacità di intervento nel processo di produzione della ricchezza nazionale è mortificata dal carico delle attività di cura non retribuita. La International Labour Organization, prima della pandemia, attribuiva in media ad ogni donna italiana oltre 5 ore al giorno spese in attività di cura non retribuite (a fronte di meno di 2 ore degli uomini). Dopo la pandemia, tale carico ha subito un incremento di 15 ore ulteriori a settimana.
Non sorprendentemente, quindi, le donne italiane escono massicciamente dal mercato del lavoro: nel mese di dicembre – dato eclatante – su 101.000 persone uscite dal mercato del lavoro, 99.000 erano donne. Si potrebbe pensare che sia un problema femminile. Ma Banca d’Italia qualche anno fa stimava che, se anche solo il 60% delle donne italiane in età lavorativa fosse stato occupato, il PIL sarebbe aumentato di 7 punti percentuali. Quindi, porre il tema della forza lavoro femminile non si configura neppure più come una questione di equità, ma di rilancio del sistema economico. E, in questa prospettiva, l’elaborazione del PNRR può tradursi in un’occasione preziosa per sanare le gravi diseguaglianze di genere che persistono nel nostro paese e per riavviare un percorso di crescita economica sostenuta.
Allo stesso tempo, tuttavia, non possiamo ignorare il rischio che si trasformi, al contrario, in un elemento peggiorativo della situazione attuale. Com’è noto, le due linee prioritarie di intervento della struttura di Next Generation EU sono la transizione verde e la transizione digitale, due priorità assolutamente condivisibili in una prospettiva strategica per le nuove generazioni. Tuttavia, la scelta di questi due settori ci impone qualche riflessione, proprio in un’ottica di parità di genere. Sappiamo che si tratta di settori a prevalenza occupazionale maschile (a livello europeo, per esempio, nel 2019 le occupate nel settore ITC erano ferme al 30% del totale – nel nostro paese, al 29%). Ed è ormai noto che la crisi economica derivante dalla crisi pandemica abbia colpito prevalentemente i settori relazionali, come turismo e servizi, nei quali invece sono le donne a trovare maggiormente occupazione.
La forza lavoro femminile, quindi, rischia di essere doppiamente penalizzata: perché la maggior parte dei fondi di Next Generation non andrà ai settori più colpiti dalla crisi Covid (che sono anche quelli che vedono una prevalenza occupazionale femminile) e perché i settori sui quali è incentrato il piano di ripresa europeo sono tendenzialmente settori maschili. Come intervenire? Dal PNRR è legittimo attendersi un’impostazione integrata sulla parità di genere in tutti gli ambiti di intervento (e non solo nella sezione dell’inclusione sociale).
È quindi necessaria una gestione delle transizioni verde e digitale in una prospettiva di genere, che si basi su una adeguata valorizzazione dell’esigua forza lavoro femminile presente nei due settori (e dell’altrettanto esiguo volume di imprese femminili). Ricordiamo che se non viene potenziata la forza lavoro femminile, la crescita del PIL si collocherà al di sotto della sua piena potenzialità e le misure adottate andranno in direzione prociclica, anziché anticiclica. Di conseguenza, il rischio è che Next Generation EU possa rivelarsi sostanzialmente inefficiente.
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