La protesta contro Cartabia
Magistratura screditata da 30 anni di disastri, con che credibilità indice uno sciopero?

L’Anm ha deliberato, a larghissima maggioranza, lo sciopero. Intende, così, contrastare una riforma, che attenterebbe all’autonomia ed all’indipendenza della magistratura, essendo mossa da una visione meramente aziendalistica ed efficientista della giustizia. Sulla inadeguatezza della riforma Cartabia e, in particolare, sulla inadeguatezza delle previsioni in essa contenute a ripristinare un corretto equilibrio tra i poteri dello Stato, si è già scritto molto su questo giornale. Così come si è scritto sulla illegittimità di uno sciopero contro gli altri poteri dello stato proclamato per difendere la propria preminenza.
Vi è, peraltro, un aspetto ulteriore, che, in questa vicenda, merita di essere esaminato: quello della legittimazione della magistratura ad opporsi alla riforma alla luce di quelli che sono stati i risultati della sua attività. In altri termini, ha la magistratura associata l’autorevolezza morale per opporsi alle scelte del Parlamento? Si tratta di un bilancio, che deve necessariamente partire da una valutazione di quello che è accaduto negli ultimi trenta anni. È innegabile, difatti, che la vicenda di Mani Pulite ha costituito un momento di svolta negli equilibri istituzionali di questo Paese ed ha segnato l’acquisizione, da parte del potere giudiziario, di un ruolo preminente su quello di tutti gli altri poteri. Si tratta di un bilancio che può appunto muovere dai risultati di Mani Pulite.
Il cui effetto è stato quello di seppellire la prima Repubblica nel rancore, annichilendo con furore giustizialista una intera classe dirigente, salvo quella del Pci, per avere in cambio: Palazzo Chigi trasformato in una merchant bank (così Guido Rossi commentò nel 1999 la benedizione data dall’allora premier Massimo D’Alema alla scalata a Telecom, cui il gruppo guidato da Roberto Colaninno stava per dare corso), le inadeguatezze del berlusconismo, il celodurismo di Bossi, il Papeete di Salvini, i vaffa del grillismo. Emblematica è la valutazione espressa da Saverio Borrelli, che, come procuratore capo di Milano, guidò quella rivoluzione. Quando era già da tempo in pensione, intervenendo dalla platea durante la presentazione di un libro, chiese “scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”. Era il 2011. Se si lascia, poi, l’orizzonte generale degli assetti istituzionali e politici del paese e si passa a considerare in modo più diretto il bilancio specifico del settore della giustizia, i risultati sono ancora più fallimentari. Sotto tutti gli aspetti.
Da anni Confindustria denuncia che l’inefficienza del sistema giudiziario si traduce in una perdita del prodotto interno lordo. Del resto che la giustizia italiana si contenda l’ultimo posto, in termini di efficienza, con Grecia e Malta è confermato dalle analisi delle istituzioni europee e, in particolare, dai dati della Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (Cepej). Alla inefficienza si accompagna, tuttavia, una “incontrollata discrezionalità processuale” (così in modo assolutamente esplicito la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, 23 febbraio 2017, De Tommaso). La giustizia italiana, dunque, non solo è lenta, ma anche imprevedibile. In questo senso, del resto, va anche interpretato il numero altissimo di ingiuste detenzioni e di assoluzioni in secondo grado o in cassazione, che si deve registrare nell’ambito della giustizia penale.
Dai dati raccolti dal deputato di Azione Enrico Costa, grazie anche al lavoro dell’associazione errori giudiziari, emerge un quadro drammatico relativo all’ingiusta detenzione: circa 46 milioni di euro pagati nel 2020, circa 30.000 innocenti finiti in carcere negli ultimi 30 anni, con oltre 800 milioni di euro pagati dallo Stato italiano. Sono dati semplicemente drammatici, i quali dànno conto di una giustizia che spesso, per i singoli, si traduce in una ingiustificata devastazione della vita familiare, professionale, affettiva. Si aggiunga che sono dati errati per difetto, in quanto non danno conto dell’altissimo numero di richieste di risarcimento respinte con argomenti spesso speciosi (ad esempio essersi avvalsi, nella fase iniziale e cioè quando i contorni altro segnale del pessimo funzionamento della giustizia è offerto dall’altissima percentuale di detenuti in attesa di giudizio, esistente nelle carceri italiane: nel febbraio 2020, secondo le statistiche del Ministero di Grazia e Giustizia, erano circa ventimila su di un totale di sessantamila reclusi e, perciò, circa un terzo.
Il tutto in barba al principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza. Del resto, sono numeri espressivi di un andamento, che trova conferma nel diciottesimo rapporto di Antigone: gli ergastolani sono passati da 408 nel 1992 a 1810 oggi, nonostante il costante calo dei reati, calo che rispetto agli omicidi è stato addirittura dell’80%, A questo quadro, già di per sé desolante, si aggiungono, poi, episodi che sembrano offrire uno spaccato “dal di dentro”, di quali siano i criteri con cui viene amministrata la giustizia. Essi sono tanto più significativi in quanto vengono dagli uffici giudiziari, che, per varie ragioni, hanno assunto un ruolo emblematico. Se fosse vero quanto scritto dal Tribunale di Milano, la Procura della Repubblica presso il capoluogo lombardo avrebbe tenuto per sé prove rilevantissime a favore degli imputati nel processo a carico dei manager Eni in un processo per pretesi fatti di corruzione commessi in Nigeria.
Ancora, sempre con riferimento alla procura di Milano, il principio della obbligatorietà dell’azione penale sarebbe oggetto di una interpretazione quanto meno discutibile se fosse vero l’insabbiamento denunciato dal sostituto Storari in ordine ai verbali di Amara circa la cd. Loggia Ungheria. A sua volta, a Palermo, lo scandalo Sagunto ha dato conto del modo totalmente illecito con cui venivano gestiti i patrimoni sequestrati per ragioni di mafia. Scandalo a cui fa da contrappunto, sottolineandone la assoluta gravità, l’assenza di adeguate garanzie con cui quei sequestri avvengono in virtù di quanto previsto dalla legislazione di prevenzione. Sempre in Sicilia, poi, va registrata la vicenda gravissima del pentito Scarantino, costretto, sembra, da una violenza di Stato a false chiamate in correità rispetto al tragico omicidio di Paolo Borsellino, totalmente e palesemente infondate. La gravità di questa vicenda è pari solo al silenzio assordante, che su di essa mantengono i professionisti dell’antimafia e molti di quegli inquirenti che dell’antimafia hanno fatto la loro ragione di vita.
Si tratta di vicende, tutte, che per la loro rilevanza, per il numero di persone coinvolte, per il livello di omertà che è stato spesso necessario scardinare, non possono essere seriamente archiviate come espressione di singole devianze. Lo sconforto, che può venire dalla considerazione di tutti questi aspetti, è stato da ultimo aggravato dalla vicenda Palamara. Non solo e non tanto per la vicenda in sé, ma ancora di più per come è stata trattata. È emersa l’esistenza di un vero e proprio sistema, capace di inquinare istituzioni ed amministrazione della giustizia. La reazione quale è stata? Chiudere, sopire, dimenticare, tacere. Il Csm e la Anm hanno cacciato Palamara in un battibaleno, impedendo lo svolgimento di qualsiasi attività istruttoria idonea ad individuare ampiezza e profondità del fenomeno. La grande stampa, dal canto suo, ha sostanzialmente ignorato l’argomento.
Ebbene, di fronte a tutto questo diventa davvero difficile capire da dove l’Anm tragga la propria legittimazione, già sul piano morale, a proclamare uno sciopero contro una riforma, che danneggerebbe i cittadini. Una magistratura che non ha avuto l’orgoglio e la dignità di risolvere i gravissimi problemi che le vicende descritte sottendono, pur avendone il potere, appare davvero assai poco credibile quando pretende di ergersi a difensore degli interessi della collettività. Né può invocare, per legittimarsi, il sangue versato dai magistrati caduti per mano dei terroristi o dei mafiosi: quei magistrati erano espressione di un modo totalmente diverso di intendere la funzione giudiziaria.
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