La riflessione
Minneapolis, Hong Kong, Wuhan e il filo della crisi

Esiste una topografia della crisi, luoghi anche remoti l’uno dall’altro per cui passano le onde sismiche della storia, almeno di quella che possiamo raccontare dal nostro presente. Si impongono a punti nevralgici della carta perché vi accadono eventi che non riguardano solo quell’angolo del mondo ma diventano significativi di faglie profonde che dicono di contraddizioni e di problemi e testimoniano drammaticamente dell’intreccio tra passato e futuro che si dipana nell’attualità. Un esemplare dimostrazione viene da una traiettoria che lega Minneapolis, Hong Kong e Wuhan. Cominciamo da Minneapolis. È qui che si è consumata la morte – forse sarebbe meglio dire l’omicidio – di George Floyd, un afroamericano fermato dalla polizia, fatto scendere dall’auto e disteso a terra con un poliziotto che gli ha tenuto il ginocchio sul collo fino a soffocarlo. Le immagini rendono conto di una straziante agonia e dell’indifferenza dei guardiani dell’ordine. Un uomo muore, un uomo di colore, per la prevaricazione violenta di un’autorità e tornano a porsi domande antiche. Alcune che riguardano gli States, altre universali.
George Floyd è solo l’ultima vittima di una serie che, nonostante le leggi e i cosiddetti progressi, continua a testimoniare, troppo stesso, di un riflesso condizionato della polizia – ma vogliamo aggiungere anche di alcune situazioni e poteri istituzionali e, ancor più, di una cultura – che considera il nero con lo stigma di una diversità che porta ad abbassare, anzi a bypassare il livello delle garanzie e dei diritti, e a considerarlo un nudo corpo soggetto alla forza e all’arbitrio di un potere che non gli riconosce dignità. Floyd non appartiene all’umanità, è il rappresentante di una sottospecie nei confronti della quale ci si può comportare con la brutalità da cui viene invece salvaguardata la maggioranza che non ha colore, o meglio ha il colore che la legittima. Ho detto riflesso condizionato, per dire di una cultura che lega stereotipo e comportamento, il ginocchio di quell’agente ne è solo il terminale omicida, e che in questo senso travalica Minneapolis e riguarda la questione fondamentale dell’eguaglianza del cittadino, condizione formalmente universale – come ci ricorda la Déclaration della Rivoluzione dell’Ottantanove e la stessa Costituzione americana. A Minneapolis sono scoppiate proteste, incombe la Guardia Nazionale, il Presidente Trump ha detto che «quando iniziano i saccheggi si inizia anche a sparare». E così ci ritroviamo su un’equivoca linea che sposta una contraddizione culturale solo sul terreno dell’ordine pubblico.
E la questione dei diritti ci porta dritti ad Hong Kong. La Cina ha appena approvato una legge sulla sicurezza nazionale che sostanzialmente autorizzerà la repressione dei movimenti libertari, a difesa dell’identità/diversità dell’ex colonia inglese. La governatrice Carrie Lam, linea diretta con Pechino, predica unione e punta l’indice contro le forze dei rivoltosi, la minaccia di armi da fuoco illegali e esplosivi.
La questione è semplice e drammatica al tempo stesso, fatte le debite differenze rispetto a Minneapolis, la Cina considera un problema di ordine pubblico quello che per i cittadini di Hong Kong, riversatisi a milioni nelle strade, è il nodo decisivo dell’autonomia, della democrazia e degli Human Rights. Si può essere un’enclave diversa nella cornice di un Paese immenso governato dalla monocrazia del Partito Comunista? È possibile trovare un punto di equilibrio tra uno statalismo capitalistico e un’eccezione che incarna una differenza sostanziale restando comunque all’interno di quel dispositivo statuale? Un rumore sordo arriva dalla città, ricorda il tempo teso e carico di energia che precede un’esplosione. Quella che su un piano diverso si è già verificata a Wuhan.
Nell’immaginario collettivo ormai è definitivamente associata al Covid19. Il capoluogo dell’Hubei è la città zero da cui il virus si è propagato in tutto il mondo. Adesso, la Cina afferma che non è stato il mercato del pesce di Wuhan a far scattare la prima scintilla della pandemia, ma non basterà questo per eliminare un’identificazione che corrisponde anche a un bisogno profondo. Dare una densità analogica all’invisibilità del virus, dargli non solo un nome e una raffigurazione ma trovargli un posto e magari anche con il nome e cognome dell’infettante zero, il primo, l’archetipo su cui rovesciare tutte le colpe. Poi, sarebbe anche interessante sapere cosa sia veramente successo a Wuhan. Da occidentali continuiamo a ripeterci che le nostre sono società aperte e che certi provvedimenti mica si possono prendere come invece hanno fatto in Cina. Già, ma quali provvedimenti hanno preso, in che modo il controllo è stato e viene esercitato in un Paese già portato a controllare su una scala, milioni, centinaia di milioni, imparagonabile con qualunque dimensione a cui siamo abituati?
Un Paese visto dal quale Hong Kong diventa una disturbante anomalia, un focolaio pericoloso di libertà da ricondurre, prima o poi, all’ordine. Viene in mente la polis greca, Atene su tutte, su cui si allunga l’ombra dell’Impero persiano. Wuhan resta una nebulosa o forse, viene il dubbio, un enigmatico paravento di un altrove inconfessabile, come si sospetta nell’immaginario, non si sa quanto realtà dei laboratori segreti e degli esperimenti fuori controllo. La logica dell’ordine è paradossale, non vuole e non può ammettere il dis-ordine che pure ha la funzione indispensabile di legittimarlo. A Minneapolis, a Hong Kong e a Wuhan.
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