Più si legge sulla vicenda che vede coinvolto un senatore della Repubblica, più la questione – serissima – delle molestie e del potere che si esercita passa in secondo piano. Ciò che prevale non è tanto l’appurare i fatti, ma dare in pasto ai lettori, condita con pruderie e voyeurismo, una storia che avrebbe meritato ben altro rispetto. Sia che le accuse siano vere, sia che le accuse siano false prima di dare il risalto mediatico che in questo caso è stato dato andrebbero vagliate meglio, proprio nel rispetto di tutte le parti in causa. Garantismo? No, buon giornalismo.

Dal Metoo siamo state poste davanti a questo crinale: le sacrosante denunce da una parte, la strada della giustizia dall’altra e in mezzo la narrazione di giornali e tv. Lo abbiamo chiamato processo mediatico. Purtroppo questa logica, se all’inizio è riuscita a scalfire il muro di omertà, via via ha preso la piega della giustizia sommaria, dei processi di piazza e soprattutto delle speculazioni tese, non a denunciare un modello di società, ma a vendere e a fare audience. Le storie che abbiamo letto negli anni, persa la cornice dei diritti che le dovrebbe inquadrare, diventano macchine del fango che poi spesso si ritorcono contro le donne. Certo, non si deve tacere. È compito del mondo dell’informazione raccontare, approfondire, fare giornalismo d’inchiesta. Ma della vicenda di cui abbiamo letto in questi giorni sui giornali non convince prima di tutto il modo e i tempi in cui è stata resa nota. Se proponi il servizio pochi giorni prima delle elezioni diventa molto difficile che non si sollevi la questione di essere un attacco politico, per screditare le persone e i partiti coinvolti.  E questo non fa il gioco di chi denuncia, ma semmai la rende meno credibile, meno autorevole.

Poi i fatti. Quelli che andrebbero trattati, sempre, con grande cura e attenzione perché nessuno dovrebbe usare il proprio mestiere per stimolare risposte di pancia, per aizzare la piazza, per chiedere di scagliare la prima pietra. Questo è vero per tanti ambiti della cronaca e della politica. Ma più che mai lo è per un tema così importante, in un Paese dove il numero di femminicidi è sempre altissimo. Dovremmo avere una cura maggiore. Dovremmo sapere che il cambiamento necessario passa in primo luogo dalla capacità che la politica, l’informazione, la cultura hanno nel costruire un discorso pubblico che non faccia nessuna concessione al voyeurismo e alla giustizia sommaria.

Tante intellettuali da anni ci avvertono di questi rischi e continuano a battersi contro le molestie. La scrittrice canadese Margaret Atwood (sta uscendo la quinta stagione della serie il Racconto dell’ancella tratta dal suo romanzo) lo ha detto molto bene: attente a non fare concessioni alla caccia alle streghe perché le streghe siamo e restiamo sempre noi. Lea Melandri, fin dall’esplodere del Metoo, ci aveva avvisate: si tratta di un fenomeno che tende a spettacolizzare il tema delle molestie e della violenza sulle donne. Rispetto al dibattito del passato, l’attenzione mediatica è scemata, ma quando se ne parla si cade sempre nelle stesse trappole e negli stessi stereotipi. Eppure bisogna continuare a denunciare, parlare, chiedere che la politica metta questo tema al centro della propria riflessione e delle proprie proposte. Non lo fa, purtroppo. Ma la strada della spettacolarizzazione, del guardare dal buco della serratura, non genera cambiamento. Non produce consapevolezza. Scrive solo una nuova brutta pagina di giornalismo.

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