È la settimana dell’intelligenza artificiale quella che si conclude oggi. Lunedì è infatti arrivato l’ordine esecutivo del presidente Joe Biden che si ripromette di guidare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Lo stesso giorno il gruppo dei paesi membri del G7 ha annunciato la pubblicazione di linee guida internazionali e di un codice di condotta per chi sviluppa sistemi avanzati di intelligenza artificiale, con l’obiettivo di “gestire i rischi e di proteggere gli individui, la società e i nostri principi condivisi, tra cui lo Stato di diritto”.

Ieri e l’altro ieri, a Londra, si è infine tenuta la conferenza sull’intelligenza artificiale voluta dal premier britannico Rishi Sunak cui hanno partecipato molti leader mondiali: è stata quella l’occasione per lanciare l’”AI Safety Institute”, una agenzia britannica dedicata proprio all’intelligenza artificiale, ma anche per capire finalmente che la nostra presidente del consiglio ha qualcosa da dire al riguardo – con parole abbastanza banali, non c’è che dire -, dopo la discussa nomina dell’ottantenne Giuliano Amato alla “commissione algoritmi” insediata a Palazzo Chigi.

L’Europa c’era all’evento in pompa magna, con la presidente della commissione immancabilmente presente e soprattutto con il merito di essere stata la prima al mondo a proporre una regolamentazione sulla materia, attraverso un “AI Act” che molti in effetti studiano e ci invidiano. Quello stesso regolamento che però a molti oggi appare un limite: da un lato perché il suo processo di preparazione è datato, dal momento che risale al 2020 e poi perché, al solito, l’Unione Europa non è un singolo paese e ottenere il consenso di tutti i 27 stati membri non sarà cosa semplice, visto che è impantanato nelle secche dell’approvazione finale. Nel frattempo? La soluzione possibile per l’Europa è drammaticamente una sola: quella dell’autoregolamentazione coi conseguenti rischi di sicurezza e di perdita di ruolo sulla scena internazionale.

Giornalista, genovese di nascita e toscano di adozione, romano dai tempi del referendum costituzionale del 2016, fondatore e poi a lungo direttore di Gay.it, è esperto di digitale e social media. È stato anche responsabile della comunicazione digitale del Partito Democratico e di Italia Viva