Il Sì & No del giorno
New York Times e ChatGPT: opporre la statica legge ad un moto accelerato è fuori dal tempo

Nel Sì & No del giorno del Riformista spazio al dibattito sullo scontro legale tra il New York Times e ChatGPT. Giusta la presa di posizione del giornale per difendere il proprio copyright evitando che milioni di articoli vengano usati per addestrare il chatbot? Riccardo Puglisi difende la posizione del quotidiano e dei relativi diritti d’autore, Andrea Venanzoni quelle dello sviluppo tecnologico basato sul ‘fair use’.
Di seguito il commento di Andrea Venanzoni
Mentre il mondo si preoccupa per gli scenari distopici presentati dalla stampa sulla presunta ‘ribellione’ di un robot Tesla che ha aggredito un uomo dentro uno stabilimento della casa automobilistica, nemmeno fossimo alle soglie della genesi di Terminator, si fa largo nelle aule di tribunale di New York il vero tema della società della comunicazione digitale.
E non ha nulla a che vedere con aggressioni, rivolte o scenari alla “2001: Odissea nello spazio”. Il prestigioso quotidiano New York Times infatti ha portato in giudizio OpenAI e Microsoft, dopo aver bruscamente interrotto colloqui che andavano avanti con i due colossi dell’intelligenza artificiale da aprile scorso: causa del contendere la asserita violazione del copyright, perché, stando a quanto contestano i legali del quotidiano, OpenAI avrebbe allenato e nutrito il proprio sistema di intelligenza artificiale generativa anche con migliaia di articoli del New York Times stesso. Risultato, sempre secondo gli avvocati, a fronte di una domanda di un utente su un qualche specifico argomento, la risposta fornita dai chatbot OpenAI consisteva nei fatti in un vecchio articolo del New York Times.
La questione della applicazione ai sistemi di intelligenza artificiale delle leggi sul copyright negli Stati Uniti è caldissima.
A settembre 2023, il centro di ricerca del Congresso ha rinnovato i suoi sforzi di approfondimento, scandagliando la normativa e la giurisprudenza della Corte Suprema, lungo la duplice direttiva, da un lato, della creazione ‘autonoma’ di contenuti da parte di intelligenze artificiali e del riconoscimento del copyright alle stesse, e dall’altro lato dell’utilizzo di materiale di terze parti protetto da copyright. Il bilanciamento tra innovazione, creatività e tutela del copyright, nella società digitale, è una delle operazioni più complesse.
Non a caso lo sviluppo della frontiera digitale si è basato, tecnicamente, anche sull’opera, altamente controversa ma necessaria, per fini di esplorazione, scoperta e ricerca, degli hacker e di condotte rubricate come ‘pirateria’.
È la valenza disruptive stessa di alcune tecnologie a divellere certi limiti e a superare barriere, normative o fisiche o culturali. L’allenamento di intelligenze artificiali generative, a cui vengono sottoposte copiose colate di dati, articoli, saggi, spesso appunto coperti da copyright, potrebbe rientrare sotto lo scudo protettivo del ‘fair use’, laddove siano contestualmente integrati i quattro presupposti che la normativa americana sul copyright prevede affinchè si possa parlare di ‘fair use’. Ricordiamo che il ‘fair use’ è un elemento nodale della società della comunicazione digitale e che spesso intere piattaforme basano i loro contenuti su detto principio, come quando ad esempio youtuber e streamer postano video di loro ‘reazioni’ a video realizzati da altri soggetti, mostrando nei fatti anche i prodotti di terze parti e salva sempre la possibilità del ‘copyright strike’.
Si tratta in certa misura di quegli elementi costitutivi da ordine spontaneo digitale, in cui le regole non nascono solo dalla norma giuridica ma anche da quella sociale e dalle interazioni, l’ “Order without Law” su cui si è interrogato agli inizi degli anni novanta l’accademico Robert Ellickson.
Le preoccupazioni del New York Times, come pure quelle precedentemente espresse da sceneggiatori e attori di Hollywood, possono essere comprensibili, ma il loro opporre la statica legge a un moto accelerato, a un rigoglio tecnico che sta erompendo dagli interstizi di una società mutata, appare fuori dal tempo. L’intelligenza artificiale generativa potrebbe infatti anche essere considerata uno sprone per l’essere umano, al fine di creare contenuti ancora più personali e qualitativamente elevati, per non dare vita a sceneggiature o articoli abborracciati e clonabili in modo semplice. Potrebbe cioè innescare una riflessione seria non tanto sui pericoli dell’intelligenza artificiale, spesso vista come comodo capro espiatorio, ma su cosa siano diventate le professioni intellettuali e creative, spesso sempre più sciatte e replicabili serialmente.
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