Il caso di un ex affiliato al clan dei casalesi
No ai domiciliari perché in carcere ha preso due lauree: “Ha affinato gli strumenti per reiterare illeciti”
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Ha studiato in carcere, ha preso due lauree, ha investito il tempo della detenzione come tempo della riabilitazione. Sarebbe potuto diventare un simbolo, un monumento ai percorsi riabilitativi dietro le sbarre, alla risocializzazione che il carcere dovrebbe avere come causa e scopo. E invece: niente arresti domiciliari, e per motivi di salute, anche in virtù degli studi che avrebbero potuto affinare le sue capacità e possibilità criminali. La storia, tra l’incredibile e l’assurdo, l’ha raccontata Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera.
Una specie di condanna a prescindere, una recidiva data per scontata se non per aggravata dal percorso intrapreso in cella dal detenuto. Il Tribunale di Sorveglianza seppellisce in una manciata di righe il concetto di riabilitazione in carcere. Il detenuto era legato al clan dei Casalesi, Camorra, egemone nel casertano e con interessi nazionali e internazionali. Condannato a 18 anni per associazione mafiosa e sequestro di persona. La Procura distrettuale antimafia di Venezia ha riconosciuto il suo distacco dall’organizzazione e quindi l’uomo ha usufruito di permessi e investito il tempo in carcere alla formazione, allo studio, all’istruzione.
Giurisprudenza: 110 e lode. Economia: anche lì 110 e lode. E quindi un master per giuristi di impresa. Quando lo stesso detenuto ha fatto richiesta, per motivi di salute, della detenzione domiciliare è arrivato il “niet” del Tribunale di Sorveglianza di Bologna. E non solo perché la sua salute sarebbe compatibile con la permanenza dietro le sbarre ma anche in virtù di una psicologia che sarebbe incline a ostentare superiorità e quindi per “la laurea conseguita in carcere e la frequentazione di un master per giurista di imprese si ritiene possano affinare le indiscusse capacità del ricorrente e dunque gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico”.
Ferrarella, nell’articolo sul quotidiano di via Solferino, riporta le parole del professor Giovanni Maria Flick e dell’avvocato Francesca Cancellare: “Ma così l’istruzione passa da primario strumento del trattamento penitenziario e volano di emancipazione per un futuro oltre la pena (come previsto dalla nostra Costituzione e dalle fonti sovranazionali) a sintomo di pericolosità sociale dei detenuti”. Tutto il contrario di quanto viene propagandato e promesso insomma. La Cassazione, come nel 68% dei casi, ha dichiarato il ricorso inammissibile.
L’esperienza dei Poli penitenziari universitari, lo scorso maggio, dopo il primo triennio di vita della Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari, ha riportato i dati nei quali gli atenei aderenti con studenti attivi sono passati da 27 nel 2018-’19 a 32 nel 2020-’21 (con un incremento del 18,5%); gli istituti penitenziari che hanno aderito al progetto di rendere i detenuti studenti sono passati da 70 a 82 (+17,1%); il numero di studenti iscritti è passato da 796 a 1.034 (+29,9%). Buone notizie per quanto riguarda la componente femminile: le detenute studentesse erano appena 28 nel 2018-’19 e sono 64 attualmente (con un incremento del 128,6%).
Quanto potrebbe incitare allo studio, alla formazione dietro le sbarre questa storia è invece un enigma. Intanto il 68% dei detenuti italiani che espia la propria pena in carcere incorre nella recidiva; il 19% di chi invece accedere a misure alternative della pena. Dei 154 euro che si spendono al giorno per un detenuto, alla rieducazione sono dedicati appena 35 centesimi. Alla faccia della riabilitazione.
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