L'anniversario
Novant’anni di Berlusconi, quando disse di essere “più utile al centrosinistra”
«Alla fine, Berlusconi manca soprattutto a chi lo combatteva». Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni oggi. Tre anni dopo la morte, il Cavaliere continua a occupare uno spazio singolare nella politica italiana: non soltanto nella memoria di Forza Italia e del centrodestra, ma anche nelle parole di molti che per trent’anni lo hanno combattuto. È forse questo il dato più interessante dell’anniversario.
Con il tempo si è attenuato l’antiberlusconismo, mentre è cresciuto il riconoscimento della dimensione storica di Berlusconi. Il segnale arriva anche dalla cronaca politica. Dopo la vittoria di Fabio Roscioli nelle suppletive di Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro ha dedicato il risultato al fondatore di Forza Italia: «Voglio dedicare questa vittoria a Silvio Berlusconi. È una vittoria di Forza Italia e del centrodestra». Berlusconi resta dunque un riferimento identitario per gli azzurri, ma la sua figura sembra ormai andare oltre i confini del partito che fondò nel 1994. A Napoli, alla Mostra d’Oltremare, Forza Italia celebra i novant’anni con un evento organizzato da Fulvio Martusciello e Maurizio Gasparri. Non una commemorazione tradizionale, assicurano gli organizzatori, ma un viaggio attraverso politica, televisione, impresa, immagini d’archivio e persino meme. Interverranno, tra gli altri, Maurizio Belpietro, Andrea Pancani, Pietro Senaldi, Paolo Liguori e Vincenzo Di Vincenzo, con Antonio Tajani e Letizia Moratti in collegamento. L’intuizione è raccontare Berlusconi anche a chi nel 1994 non era nato. Perché il Cavaliere è diventato ormai anche cultura pop: gesti, battute e immagini continuano a circolare sui social tra generazioni che non hanno conosciuto la sua discesa in campo.
Chi scrive, da giovane cronista, raggiunse Silvio Berlusconi per porgli una domanda: si sente più utile per tenere unito il centrodestra o il centrosinistra? Risata, poi serio: «Ma è ovvio, sono più utile al centrosinistra, senza di me non starebbero mai insieme». E sono soprattutto le parole degli avversari di ieri a spiegare la metamorfosi. Romano Prodi, che lo sconfisse due volte alle elezioni, alla morte ricordò una rivalità politica mai trasformata in inimicizia personale. Pier Luigi Bersani gli riconobbe una capacità difficilmente riproducibile di entrare in sintonia con gli strati popolari. Achille Occhetto, l’uomo che Berlusconi affrontò nel 1994, ne riconobbe comunque il peso nella storia del Paese. Significativo anche un ricordo che Piero Fassino affida al Riformista. Nel 2006, tramontata la candidatura di Massimo D’Alema al Quirinale, il centrosinistra scelse Giorgio Napolitano. Dopo aver acquisito l’assenso di Casini e Fini, Fassino telefonò a Berlusconi per conoscere l’orientamento del centrodestra. La risposta del Cavaliere, racconta Fassino, fu netta: «Non può avere il nostro voto, ma è una proposta di qualità tale che non la ostacoleremo».
Un episodio che oggi sembra appartenere a un’altra stagione politica. Berlusconi divideva radicalmente, ma conosceva anche il terreno della mediazione e del riconoscimento dell’avversario. Proprio per questo il rimpianto che affiora anche fuori dal suo campo non equivale necessariamente a una tardiva conversione al berlusconismo. È piuttosto nostalgia per una politica nella quale gli avversari avevano un’identità riconoscibile e il conflitto non impediva sempre il rapporto personale e istituzionale. A novant’anni dalla nascita, resta soprattutto la dimensione del cambiamento prodotto. Berlusconi modificò il linguaggio della politica, costruì un rapporto diretto tra leader ed elettori, anticipò la personalizzazione che i social avrebbero esasperato, portò nella politica italiana le tecniche della televisione commerciale e della comunicazione pubblicitaria.
Piaccia o meno, molta della politica contemporanea parla ancora una lingua che lui contribuì a inventare. Ed è forse questo il paradosso definitivo. Per trent’anni l’Italia si è divisa tra berlusconiani e antiberlusconiani. Oggi quella divisione appartiene alla storia. Berlusconi invece resta. Nella Forza Italia che porta ancora il suo nome nel simbolo, nelle immagini diventate meme, nel lessico politico e persino nei ricordi rispettosi di chi gli fu avversario. A novant’anni dalla nascita, il Cavaliere non è più soltanto patrimonio di chi stava con lui. È diventato, nel bene e nel male, un pezzo della biografia dell’Italia.
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