In Italia ci sono 24 parchi nazionali e ricevono dal Governo 80 milioni di euro all’anno. Le Aree marine protette (Amp) del Paese, invece, sono 30 e ricevono solo quattro milioni ogni anno. Praticamente al mare è destinato un ventesimo dei fondi messi a diposizione per l’ambiente. «La verità è che il mare è stato dimenticato, è un grande contenitore di nessuno», afferma con un po’ di amarezza Antonino Miccio, direttore dell’Area marina protetta Regno di Nettuno che comprende il mare che circonda l’arcipelago flegreo con Ischia, Procida e Vivara. In Campania sono sei le Aree marine protette: il Regno di Nettuno, l’Area di riserva Marina Campi Flegrei, il Parco sommerso di Baia, il Parco sommerso di Gaiola, l’Area marina protetta di Punta Campanella, l’Area marina protetta di Santa Maria di Castellabate, l’Area marina protetta di Costa degli Infreschi.

Tutte di una bellezza surreale e con un ruolo importantissimo. Le Amp, infatti, conservano la biodiversità e forniscono rifugi per specie in via di estinzione oppure minacciate. Proteggono gli habitat critici da danni dovuti a pratiche di pesca distruttiva e da altre attività umane e consentono loro di ricostituirsi. Nel nostro Paese, però, in pochi se ne prendono cura. In un anno la Corsica spende per la sua area marina protetta quello che in Italia si spende per 30 aree marine protette. Le cifre parlano chiaro: alle istituzioni e all’opinione pubblica non interessa il nostro mare.

Un esempio? «La prateria di posidonia oceanica, che circonda per decine di chilometri quadrati le isole del regno di Nettuno – spiega Miccio – rilascia una quantità di ossigeno uguale, se non superiore, a quella della foresta amazzonica. Ma se brucia un albero è un problema di tutti, se un diportista getta l’ancora e distrugge decine di metri di posidonia non fa niente perché non è così evidente come quello che accade sulla terraferma». Il mare ha una dimensione in più e quello che vediamo è una minima parte di ciò che accade nelle profondità delle nostre acque. Questo, però, non può essere un alibi per non intervenire concretamente. «Servono fondi, ne riceviamo pochissimi e per realizzare opere in mare – fa sapere Miccio – non serve spendere tanti soldi come per le opere a terra.

Per il problema delle distruzione dei coralli e degli organismi sul fondo basterebbe realizzare un ormeggio ecocompatibile e offrire ai diportisti una boa così da non fargli gettare l’ancora. Sarebbe già un passo avanti». Un mare pulito, con una bellezza naturalistica incontaminata e curata vuol dire benefici enormi per il turismo, per la pesca e per le attività artigianali del posto.  Ma tutto parte dalla conoscenza: «Se non si conosce quello che si ha – dice Miccio – non si possono operare scelte consapevoli e, quindi, intelligenti».

E per quanto gli enti preposti debbano indubbiamente impegnarsi a fare di più, «le persone devono capire quanto è importante proteggere e avere cura del mare, la prevenzione è la prima cosa e non inizia dal mare – conclude Miccio – Se si getta in strada una busta di plastica, finirà in mare; se si getta una sigaretta in una grata per strada, finirà in mare e mentre il suolo ha una memoria storica ed è visibile il comportamento incivile, il mare non ce l’ha e questo rende tutto più complicato».

Avatar photo

Giornalista napoletana, classe 1992. Vive tra Napoli e Roma, si occupa di politica e giustizia con lo sguardo di chi crede che il garantismo sia il principio principe.