Tanto tuonò che piovve. La previsione che prima o poi il Comune di Napoli non ce l’avrebbe fatta a pagare gli stipendi si è puntualmente e tristemente avverata. Il direttore generale di Napoli Servizi ha pubblicamente annunciato che il mancato pagamento degli stipendi ai circa 1.500 lavoratori dipende direttamente dal Comune di Napoli che non ha pagato il dovuto. È accaduto e accadrà ancora anche con altre società partecipate e, ad oggi, non è dato sapere come il management del Comune intenda porre rimedio alla valanga in arrivo.
La liquidità di cassa del Comune e delle partecipate è ai minimi storici. Mai nella sua storia le disponibilità erano scese così in basso. La situazione è preoccupante, da più parti arrivano segnalazioni di enormi difficoltà anche per altre società partecipate. E questa carenza di liquidità di cassa si sta verificando nonostante siano piovute sul Comune risorse mai viste prima. I 315 milioni erogati dallo Stato per il pre-dissesto a cui vanno sommati i circa 800 milioni erogati dalla Cassa Depositi e Prestiti in base alla legge sulle accelerazioni dei pagamenti della Pubblica Amministrazione fanno un totale di 1,2 miliardi di euro da restituire nei prossimi anni e costituiscono un pesantissimo fardello per i bilanci degli anni a venire, ma sono stati un’iniezione di liquidità straordinaria senza precedenti per il Comune.
Com’è possibile che, nonostante questa pioggia di denaro, oggi siamo alla canna del gas? Come e dove sono finiti tutti questi soldi? Bisogna ricorrere alla famosa metafora dell’orchestrina del Titanic che continuava a suonare nonostante la gigantesca nave da crociera stesse affondando. Il paragone è calzante perché, negli ultimi mesi, non si è levata alcuna voce dalle parti di Piazza Municipio a segnalare le imminenti difficoltà. Si è continuato a dire «tutto va bene, madama la marchesa», mentre stava maturando il disastro.  Dopo l’aumento esponenziale del debito, ecco arrivare puntuale la assoluta mancanza di denaro in cassa. Non è mio compito indagare se si tratti più di incoscienza totale o incapacità, ma il fatto è che i dipendenti della Napoli Servizi non si sono visti recapitare ancora lo stipendio. E il timore assolutamente fondato è che non si tratti dell’ultimo caso.

Ma la nefasta esperienza di questa amministrazione è ormai ai titoli di coda, in primavera si voterà per eleggere un nuovo sindaco e gli attuali amministratori non possono fare altro che continuare a suonare sulla nave che affonda. Il problema resterà a carico della nuova amministrazione. E sarà di dimensioni enormi: un disavanzo che nel 2021 si avvicinerà e forse supererà i tre miliardi di euro, un debito complessivo di oltre quattro di cui almeno due scaduti, neppure un euro in cassa. La situazione sarà tale da far tremare le gambe a chiunque. Da dove cominciare?

Probabilmente proprio dalle partecipate per poi immediatamente dichiarare il dissesto, a meno che non arrivi un aiuto importantissimo (almeno di un paio di miliardi) dal Governo centrale. Le aziende partecipate costituiscono uno snodo fondamentale per l’efficientamento della macchina comunale. L’esperienza di questi ultimi dieci anni ha evidenziato un aspetto fondamentale: le partecipate, in queste condizioni e con questa amministrazione, non sono in grado di essere riportate nell’area della produttività e dei profitti. La storia, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti: Bagnoli futura lasciata fallire senza alzare un dito; Abc, riportata nell’alveo della macchina comunale con il falso mito dell’acqua pubblica e che dal produrre utili (8 milioni nel 2010) oggi non produce più utili dopo aver registrato forti perdite negli ultimi anni; la mobilità cittadina ridotta a un colabrodo, con poche decine di mezzi in strada a fronte dei circa 400 in circolazione nel 2010, una metropolitana in condizioni pessime con tempi di passaggio dei treni da terzo mondo, una cronica mancanza di profitti.

In pratica siamo allo sfascio. Lo sforzo da fare è quello di rendere queste aziende moderne ed efficaci. Innanzitutto vanno ripatrimonializzate, sotto l’aspetto economico, attraverso lo strumento di una holding che possa essere a sua volta potentemente capitalizzata dal Comune e che sotto di sé possegga e gestisca l’intero mondo delle partecipate controllandole ed eventualmente scegliendo per ciascuna di esse delle partnership con aziende di vari settori che possano fornire il proprio know-how alle disastrate dirigenze di queste società. Da una parte, quindi, ricapitalizzazione attraverso gli strumenti straordinari messi a disposizione dal codice civile, dall’altra un’apertura al mercato per rendere le aziende più competitive, infine una profonda revisione del management per affidare le partecipate a persone competenti e non soltanto compiacenti con il politico di turno.

Il tempo, però, sta finendo. Bisognerà intervenire con la massima tempestività perché il rischio di fallimenti in massa delle aziende partecipate dal Comune è concreto e lo sarà ancora di più nel momento in cui le varie procedure preconcorsuali in atto si riveleranno delle bolle di sapone. Il prossimo sindaco dovrà avere forza, senso di responsabilità, grande esperienza e capacità di dialogo con le istituzioni, a partire dal Governo e dalla Regione. Solo una personalità di altissimo profilo potrà affrontare questa montagna enorme da scalare.