L'atto al vaglio
“Perché il caso della strage di Erba va riaperto”: la richiesta del procuratore Tarfusser di revisione del processo

Cuno Tarfusser è dispiaciuto che l’atto e la notizia siano usciti proprio mentre è in vacanza, ad Amsterdam. Il Sostituto procuratore generale di Milano ha richiesto la revisione del processo sulla strage di Erba, per la quale Olindo Romano e Rosa Bazzi sono stati condannati all’ergastolo. Sulla sua richiesta di 58 pagine ha rilasciato brevi dichiarazioni a Il Corriere della Sera. “Ho scritto ogni pagina con la massima onestà intellettuale di cui sono capace e con tutta la passione per il mestiere che ho sempre avuto. Direi che il mio compito finisce qui, sta ad altri prendere ulteriori decisioni. E ora vorrei che di me non si parlasse, perché io non voglio niente, non cerco niente. A me importa il merito, non il circo mediatico“.
È la Corte d’Appello di Brescia che dovrebbe decidere per l’eventuale riapertura del caso. La trasmissione però è stata bloccata, il documento resterà al vaglio per un mese. “È per me insopportabile il pensiero che due persone, probabilmente vittime di errore giudiziario, stiano scontando l’ergastolo”, ha scritto Tarfusser nella sua richiesta di revisione. Il quotidiano scrive che sarebbe pronto a inoltrare lui stesso la documentazione a Brescia qualora dovesse essere bloccata. La richiesta di revisione del processo è scattata su input della difesa, parla di “criticità mai valutate” da considerare alla luce di “nuove prove”. Nella strage di Erba furono uccisi Raffaella Castagna, il figlio di soli due anni Youssef Marzouk, la nonna del piccolo Paola Galli, la vicina di casa Valeria Cherubini. Le sentenze di primo e secondo grado hanno deciso che Olindo Romano e Rosa Bazzi meritassero l’ergastolo alla luce di prove “al di là di ogni ragionevole dubbio”. E la Cassazione confermò tutto l’impianto ed emise la sentenza definitiva.
Il sostituto procuratore ha chiesto che la Corte d’Appello voglia procedere alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale tramite “l’esame dei 57 consulenti tecnici che hanno redatto e sottoscritto le consulenze tecniche sulle modalità, le tecnologie, gli accertamenti da loro effettuati e sui risultati cui sono giunti, e voglia disporre, previa acquisizione degli atti processuali, ogni ulteriore accertamento ritenuto utile e necessario ai fini del decidere secondo verità e giustizia”.
L’atto rimette in discussione il riconoscimento oculare del testimone Mario Frigerio, marito di Valeria Cherubini, che venne anche lui aggredito, rimase in vita nonostante un taglio alla gola. “Il peggioramento della condizione psichica e i deficit cognitivi manifestati da Mario Frigerio nel corso della degenza ospedaliera, le errate tecniche di intervista investigativa dense di numerosissime suggestioni su di lui attuate e la palese violazione di precise e note leggi scientifiche in materia di memoria e di riconoscimento di volti dimostrano in modo incontrovertibile che la memoria riguardante Olindo Romano quale suo aggressore è una falsa memoria e che Mario Frigerio era soggetto inidoneo a rendere valida testimonianza circa i fatti avvenuti la sera dell’11 dicembre 2006“.
Definita “fortemente dubbia” anche “la prova della ‘macchia di sangue’ (sangue della vittima Valeria Cherubini che sarebbe stata trovata sul battitacco dell’auto di Olindo Romano) e indotte, con modalità che definire poco ortodosse è fare esercizio di eufemismo, le ‘confessioni’, trattate invece alla stregua di prove regine”. Così come la richiesta definisce le dichiarazioni auto accusatorie di Romano e Bazzi “da considerarsi false confessioni acquiescenti. Tali conclusioni si fondano sui più recenti ed avanzati dati scientifici che corrispondono ai criteri che, se mancanti, rendono le confessioni, false confessioni”. La confessione dei due imputati venne ritrattata, definita “una vera e propria circonvenzione”, ottenuta “sotto pressione”. La richiesta piccona dunque i tre pilastri dell’accusa. L’atto critica anche che “altre piste investigative” non siano mai state spiegate, “le lacune di giorni nelle intercettazioni ambientali e telefoniche”.
68 anni, l’anno prossimo in pensione, dal 2019 Tarfusser è Sostituto Procuratore Generale, è stato procuratore a Bolzano dove aveva reso la sede un esempio di efficienza per informatica, riorganizzazione degli uffici, servizi e rapporti con gli utenti. È stato per undici anni alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, in Olanda, da giudice e da vicepresidente. Era stato lui a firmare i mandati di cattura sia per il presidente del Sudan Al Bashir per genocidio che per il libico Muhammar Gheddafi per crimini contro l’umanità. L’anno scorso il Consiglio Superiore della Magistratura gli impedì di diventare garante del codice etico per il Comune di Bolzano, dove era cominciata la sua carriera da magistrato.
Pietro Cherubini, fratello di Valeria, ha scritto su Facebook: “Speravo fosse finita ma ci risiamo”.
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