Festeggiamo, com’è giusto fare, i successi europei su conti e Pnrr. Il riferimento è alle ultime notizie che sono giunte da Bruxelles. Facciamo un passo indietro. La settimana scorsa abbiamo saputo che Il Governo è stato promosso. Il sì alla revisione del Pnrr arriva con la quasi totalità degli indicatori con il massimo dei voti, e in dote 2,9 miliardi in più, facendo aumentare il finanziamento complessivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza da 191,5 a 194,4 miliardi. Il via libera della Commissione europea comporterà nuovi impegni, in particolare su giustizia e concorrenza. Ma non c’è dubbio che dobbiamo tutti rallegrarci di questo risultato, da destra e da sinistra. La Commissione vuole che si spinga con maggiore decisione sulle liberalizzazioni, e questa è cosa buona e giusta. Sono rimaste, nel piano approvato, molte opere di minore impatto, micro progetti, prevalentemente in capo ai Comuni, e quelli cancellati saranno recuperati – così come da rassicurazione del Ministro Raffaele Fitto al presidente dell’Anci Antonio De Caro – con altre fonti di finanziamento. Rimangono nella disponibilità dei Comuni oltre 2 miliardi per la riqualificazione delle periferie e 900 milioni per I piani urbani integrati. Tra le modifiche più significative ci sarà l’aumento dei crediti di imposta per le imprese green, che salgono da 4 a 6,3 miliardi. Questa è una cosa particolarmente positiva per il Mezzogiorno.
Esame superato solo da 7 Paesi
Nel mentre avveniva tutto questo, sono arrivate le pagelle che la stessa Commissione ha dato alle politiche economiche e finanziarie dei Paesi membri dell’Eurozona. Questione questa certamente non indifferente al quadro complessivo delle decisioni sugli investimenti del Pnrr. L’esame è stato superato solo da 7 Paesi: Cipro, Estonia, Grecia, Spagna, Irlanda, Slovenia e Lituania. Gli altri sono stati ammoniti. Bocciati il Belgio, la Finlandia, la Francia e la Croazia. A leggere queste risultanze sembra una disfatta. Una scolaresca che ha di fatto fallito il raggiungimento degli obiettivi formativi. C’è da domandarsi, ma sono giuste quelle regole, che giustificano il rimprovero? Oppure non sono, forse, più rispondenti agli andamenti della congiuntura economica e finanziaria, a partire dal conteggio, nei parametri degli investimenti, del Pnrr, negli stessi giorni, autorizzato nell’utilizzo di cassa? Bocciati, rimandati e promossi a geometria variabile. Sembra che in molti casi le decisioni europee viaggino su binari differenti: le vecchie classificafuori zioni contabili si scontrano con il realismo di una economia che deve profondamente ristrutturarsi, anche attraverso una profonda riconversione produttiva, a partire da quella energetica e green, cosi come recitano I più recenti documenti dell’Ecofin. Comunque l’Italia e il Governo, presieduto da Giorgia Meloni, portano a casa un risultato non da poco: il sì della Commissione alla revisione del Pnrr, con il disco verde alla quarta rata, e un giudizio sostanzialmente positivo sulla recente manovra economica. Questo conferma il giustificato ottimismo del titolare degli Affari Europei e del dossier sud Raffaele Fitto, che blinda svariati miliardi rendendo sempre più concreto l’impegno nella realizzazione di opere e di servizi previsti nel piano.
Il rischio
Veniamo ora ai nodi e al rischio concreto che a essere penalizzate siano proprio i territori a maggiore divario socio economico. Vediamo perché. Il ministro, titolare del Pnrr, ha detto: «Non abbiamo tagliato nulla, neanche gli asili nido, chi lo dice, dice sciocchezze, perché le opere spostate dal Pnrr troveranno una copertura alternativa». A proposito di coperture la Ragioneria sta facendo i suoi calcoli, e segnala che, tra opere uscite ed altre entrate, ci sono da trovare almeno 10 miliardi per investimenti, ricordando che sono sempre spesa e quindi debito pubblico. Il Ragioniere dello Stato Biagio Mazzotta ha detto a sua volta: “Il fatto di aver spostato in avanti una serie di rimborsi, per noi significa anticipare in termini di cassa più risorse». Una anticipazione azzerata solo quando la Commissione rimborserà quanto rendicontato a fine programma. Una partita di giro che crea un indebitamento “a tempo”. Preoccupazione legittima, ci sentiamo di poter dire, ragionevolmente superabile in sede europea.
Il problema maggiore è rappresentato dai “vasi comunicanti”: spostare opere, da un fondo a un altro. Ma quale fondo ha cassa? Per ora l’unico iscritto nel bilancio pluriennale è il Fondo di Sviluppo e Coesione che attua l’obiettivo costituzionale di “rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio della persona” ed è per questo destinato per l’80% al Sud. E qui nascono i dubbi. Se come appare verosimile le opere, prima inserite nel Pnrr, da recuperare con altri fondi, sono dell’intero territorio nazionale, quindi con una riserva minore per il sud pari al 40%, come sarà possibile garantire la quota maggiore per il Sud? l’Fsc sarà ancora una volta utilizzato come bancomat per le “emergenze nazionali” a discapito del Mezzogiorno?
La posizione del Ministro Fitto è ben nota, non da oggi, e da questo punto di vista rimane una garanzia a difesa delle aree più deboli. Ma lui più di altri sa che i problemi, anche nel passato, sono venuti dal Ministero dell’economia, e l’ha avuta vinta quasi sempre. Cambiano le epoche, cambiano i Governi ma questa disputa rimane sul campo con tutte le suoi dannose conseguenze.
Il Ministero per il Sud ha oggi un peso politico maggiore rispetto al passato, che dovrà esercitare a garanzia del rispetto della distribuzione delle risorse a favore delle aree a maggiore divario territoriale.