Ancora ventiquattro ore per conoscere il destino di Luca Palamara. La sezione disciplinare del Csm, al termine di un’udienza fiume, ha rinviato la decisione a questa mattina. Il dibattimento è stato comunque rapidissimo, meno di tre settimane. Il Palamaragate poteva essere l’occasione per far luce sul sistema delle nomine e sulla spartizione degli incarichi da parte delle correnti della magistratura. Di diverso avviso la disciplinare di Palazzo dei Marescialli, presieduta dal laico in quota M5s Fulvio Gigliotti, che tagliando fin da subito tutti i testimoni richiesti dalla difesa di Palamara, aveva fatto subito intendere che non era il caso di andare oltre. Meglio evitare sorprese e limitarsi a quanto accaduto la sera dell’8 maggio del 2019, quando Palamara, insieme a cinque consiglieri del Csm, aveva incontrato all’hotel Champagne di Roma i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti.

Appassionata è stata la difesa dell’ex presidente dell’Anm da parte del consigliere di Cassazione Stefano Giaime Guizzi. Il magistrato, valorizzando per la prima volta delle conversazioni intercettate e mai trascritte prima, aveva fornito una lettura molto diversa di quanto accaduto quella sera. Luca Palamara voleva essere nominato all’ufficio del Garante della privacy in quota Pd. Era questo il motivo per il quale incontrava Luca Lotti. La Camera, all’epoca, avrebbe dovuto proporre due nomi da scegliere fra i circa duecentocinquanta che avevano avanzato la candidatura. Non c’è mai stato alcun patto “occulto” per nominare il procuratore generale di Firenze Marcello Viola alla Procura di Roma e nessuna strategia per screditare gli altri candidati, come il procuratore del capoluogo toscano Giuseppe Creazzo. E nessuna strategia per mettere in cattiva luce il procuratore aggiunto della Capitale, Paolo Ielo.

L’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio era totalmente all’oscuro che Palamara, Ferri e i cinque consiglieri del Csm, poi dimessisi, avrebbero discusso di nomine. Nella lettura “alternativa” di Guizzi emerge “l’auto promozione” di Palamara. L’ex zar delle nomine, dopo aver sempre fatto favori, chiedeva dunque un favore per un incarico molto ambito. Guizzi nella sua arringa ha ricostruito tutti i passaggi che portarono poi la Commissione per gli incarichi direttivi del Csm a votare Viola come successore di Giuseppe Pignatone. Voto che, come noto, venne poi annullato all’indomani della pubblicazione sui giornali dell’incontro di quella sera. Resta un mistero su chi passò la velina e fece così saltare la nomina di Viola. Su Viola si cercava una convergenza fra le correnti , ha aggiunto Guizzi.

Mario Suriano, togato di Area e componente della Commissione per gli incarichi apprezzava molto il pg di Firenze ma non poteva votarlo perché amico di Cosimo Ferri, leader storico di Magistratura indipendente. I maggiori problemi venivano da Unicost, la corrente di Palamara. Piercamillo Davigo, invece, era favorevole alla nomina di Viola a Roma. E, comunque, ha aggiunto Guizzi, non c’era nulla che impedisse un colloquio fra Lotti, Ferri e Palamara. La scelta degli incarichi direttivi è un atto politico, ha più volte sottolineato Guizzi, non si limita all’esclusiva valutazione dei curricula e le correnti giocano un ruolo di primo piano. Per la procura generale rappresentata dall’avvocato generale della Cassazione Pietro Gaeta e dal sostituto pg della Cassazione Simone Perelli, Viola, che è sempre stato all’oscuro di tutto, avrebbe dovuto invece intervenire nell’indagine a carico di Lotti.

Un procuratore “compiacente”. La presenza di Lotti quella sera, ha infine concluso Guizzi, era anche per capire come mai il vice presidente del Csm David Ermini avesse preso le distanze. Ermini era stato scelto da un accordo fra Unicost e Mi con la supervisione di Lotti. Si notava un cambiamento. Fra i motivi ipotizzati, un condizionamento da parte di Donatella Ferranti, magistrato di Cassazione ed ex presidente dem della Commissione giustizia a Montecitorio. Sul tema dell’utilizzabilità delle intercettazioni Guizzi ha ventilato la possibilità di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo: «Il nostro non è un gioco illusionistico per far sparire fatti, ma abbiamo posto il problema delle intercettazioni nella consapevolezza che si deve giungere alla verità nel rispetto delle regole processuali e costituzionali».