«Per questo vogliono chiuderci». Così, durante non so più quale convegno radicale e poco prima della sua morte, dichiarava Massimo Bordin a proposito dell’intenzione grillina di non rinnovare la convenzione che consente a Radio Radicale di prestare il proprio servizio. Sosteneva che la repulsione per Radio Radicale, reiteratamente manifestata da una buona quota dei rappresentanti della maggioranza e del governo, dipendesse dal desiderio che i loro atti, le loro parole, insomma la loro attività istituzionale non fossero registrati e resi disponibili, senza filtri, alla conoscenza comune. E aveva ragione. Non c’entravano niente i soldi, peraltro neppure troppi e anzi pochi, se paragonati a quelli spesi pubblicamente per la prestazione di servizi incomparabilmente meno affidabili e completi. C’entrava appunto il fastidio verso un’emittente che riporta senza alterazioni ciò che si fa e si dice nelle istituzioni e nelle sedi più significative in cui si svolge la vicenda civile e politica del Paese. E cioè i congressi dei partiti (ed è comprensibile che non piaccia, a quelli che non ne fanno). I processi nelle aule di giustizia (ed è comprensibile che dispiaccia, a quelli che li preferiscono sui giornali o si accontentano delle interviste televisive concesse dai pubblici ministeri). E infine, appunto, le dirette dei lavori delle assemblee legislative: che “inevitabilmente”, come diceva Bordin, dimostrano a tutti ciò che veramente sono i rappresentanti di questa pericolosa schiatta di analfabeti.

Poteva dunque non essere accolto come un regalo inestimabile l’arresto di questo Nicosia, il “radicale” accusato di essere un “messaggero dei boss” mafiosi? Non poteva. E puntualmente, infatti, la notizia è stata adoperata a pretesto non solo per mascariare le iniziative politiche di monitoraggio delle condizioni carcerarie (attività tradizionale dei radicali cui questo Nicosia, è il caso di dirlo, s’era affiliato), ma anche per spiegare che in questo calderone di ignominia finiscono pure i soldi pubblici dati a quella Radio, che è radicale quanto lui ed evidentemente opera in modo collusivo per assicurare favori alla mafia. Si noti che di queste insinuazioni immonde (chiamarle accuse sarebbe blasfemo) abbiamo potuto avere conto perché Radio Radicale, dando lettura compiuta dei giornali che le propalavano, non si è astenuta dal riproporle. Ed è questa la differenza significativa tra chi teme l’idea contraria e per ciò non vuole che sia conosciuta e chi invece, pur temendola e forse proprio per questo, lavora affinché sia diffusa e giudicata per quel che è. È meglio che non si sappia nulla delle condizioni miserabili, o illegali senz’altro, imposte alla vita dei reclusi: perché c’è caso che, a saperne qualcosa, almeno alcuni la smetterebbero di reclamare “pene esemplari”. È lì da vedere, l’esempio. Chiaramente, per chi voglia che la galera rimanga aperta all’ispezione anziché chiusa, come Radio Radicale.

Iuri Maria Prado

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