Lo stress test dell’emergenza pandemica sta impietosamente mettendo in evidenza e, se possibile, aggravando la crisi politica e istituzionale del nostro sistema di governo. Crisi innanzi tutto politica perché, a differenza di quanto accaduto durante la prima ondata, nell’attuale i partiti non riescono a trovare quella unità di intenti e quello spirito di concordia quanto mai necessario per affrontare una sfida che proprio perché si prospetta lunga e imprevedibile potrebbe avere conseguenze irreparabili per il nostro sistema socio-economico.

Una maggioranza che, al di là dei rassicuranti proclami, non riesce a coinvolgere in modo effettivo e soddisfacente l’opposizione la quale a sua volta non riesce a fare sintesi al proprio interno e a formulare poche chiare proposte, preferendo piuttosto esprimere la propria aspra critica verso le decisioni del Governo profittando dell’essere alla guida delle regioni più colpite. Regioni a loro volta che dopo aver reclamato a gran voce quote più ampie di potere rifuggono ora dall’assumersi le quote di responsabilità conseguenti alla necessità stavolta di un approccio diversificato sulla base del diverso diffondersi del virus.

Crisi però anche istituzionale per la mancanza di sedi in cui possa svilupparsi pubblicamente il rapporto sia tra maggioranza e opposizione sia tra Stato e regioni. Inondato da decreti legge che per ragioni di tempo vengono sostanzialmente esaminati da una sola camera, bypassato dai continui Dpcm talora parlamentarizzati solo in via successiva e senza voto (come accaduto il 22 ed il 29 ottobre con le informative del Presidente Conte sui Dpcm adottati il 13 e il 24 ottobre), il Parlamento stenta a trovare la tanto invocata propria centralità, anche a causa delle difficoltà che incontra nel riunire il plenum delle rispettive Assemblee. Al pari di quanto è accaduto nel Paese riguardo alle misure che si sarebbero dovute prendere per contrastare la prevedibile nuova ondata autunnale di contagi (a cominciare dal potenziamento dei trasporti pubblici, la responsabilità dell’inutilizzo dei relativi fondi statali grava su regioni e comuni), è netta la sensazione che entrambe le camere abbiano perso questa estate tempo prezioso per approntare (anche sotto il profilo tecnologico) un “diritto parlamentare dell’emergenza” efficace e sicuro. Al Senato, ad esempio, la Presidente aveva assicurato la convocazione della Giunta per il regolamento, competente in materia, lo scorso 30 settembre: ancora attendiamo. Inoltre, non vi è ancora traccia della legge di bilancio che il Governo avrebbe dovuto presentare entro lo scorso 20 ottobre, per cui con tutta probabilità, come negli ultimi due anni, anche in questo essa sarà esaminata con tempi non adeguati e di fatto da una sola camera.

La marginalità del Parlamento, unico luogo in cui il governo del potere pubblico avviene in pubblico (Bobbio), si traduce così nell’accentramento del potere di gestione dell’emergenza in sedi collegiali più ristrette, tecnocratiche e segrete di cui il governo ha voluto circondarsi, le cui future decisioni vengono talora ad arte anticipate per testarne il gradimento da parte dell’opinione pubblica. Il risultato di questa cacofonia politica e istituzionale e di questo continuo rimpallo di responsabilità è il senso di disorientamento e di incertezza come mai in queste ore ingenerato nei cittadini, che si va ad aggiungere al diffuso disagio sociale causato dal gravissimo ritardo con cui ancora devono essere erogati i promessi pagamenti. In tutto questo marasma si erge come un gigante la figura del Capo dello Stato che si conferma ancora una volta, innanzi tutto per senso di responsabilità e doti caratteriali, una risorsa politica e istituzionale preziosa e come tale da preservare. La sua in certa misura irrituale attività di questi giorni, con la convocazione dapprima di Bonaccini e Toti nella qualità rispettivamente di presidente e vicepresidente della Conferenza Stato-Regioni e poi dei Presidenti delle Camere, è chiaramente finalizzata proprio al superamento di quegli egoismi, protagonismi e partigianerie che come detto caratterizzano l’attuale dibattito politico-istituzionale al fine di stimolare l’attivazione delle sedi istituzionali più opportune – e innanzi tutto parlamentari – che possano favorire un clima di dialogo e collaborazione (che non necessariamente significa cogestione) quanto mai necessario per “difendere la salute delle persone e assicurare la ripresa del nostro Paese”.

Attraverso una stavolta pubblica attività di moral suasion a favore della leale collaborazione tra le istituzioni (di cui già si sono visti i frutti in Parlamento con la maggioranza che ha accolto alcune proposte dell’opposizione contro l’astensione di quest’ultima), il Presidente dà spessore e sostanza a quel ruolo di rappresentante dell’unità nazionale cui è chiamato per Costituzione. Un ruolo che certo gli permette di volare alto rispetto alle stucchevoli polemiche che quotidianamente avvelenano il clima politico ma che Mattarella ha interpretato con una misura e un senso di responsabilità che i cittadini vorrebbero trovare anche nella classe politica. Per averne conferma basterebbe leggere l’ultima fatica di Paolo Armaroli (Conte e Mattarella. Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale, ed. La Vela) in cui viene tra l’altro rimarcata la differenza di stile degli attuali due Presidenti attraverso la avvincente ricostruzione di episodi talora ignoti. La speranza dell’Autore, e con lui la nostra, è che si guardi all’esempio che viene dal Colle – a partire dalla sobrietà della comunicazione – per affrontare i duri giorni che ci attendono.