Ognuno ha il virus populista che si merita. In Italia ha molte facce: le norme sulla prescrizione e le intercettazioni, le scoordinate misure per fronteggiare il Covid-19, l’isteria collettiva provocata dai media. Ma in America non stanno meglio. Alla Casa Bianca c’è un certo Donald Trump. E i democratici, finora, non trovano nulla di meglio da opporgli se non un populista eguale e contrario: Bernie Sanders. Martedì notte si è svolto l’ultimo dibattito televisivo prima delle primarie in South Carolina e prima del Super Tuesday del 3 marzo. Ognuno ha fatto la sua parte, ma nessuno ha fatto una gran figura. Elizabeth Warren, senatrice del Massachussetts, è tornata a martellare Bloomberg sul sessismo. Tattica ossessiva ma inefficace: ricordate lo stile di Trump con le donne? Sempre la Warren ha promesso di attuare la proposta clou di Sanders – la sanità pubblica aperta a tutti – meglio di Sanders.

Ma perché, alle urne, gli elettori dovrebbero scegliere lei e non l’originale? Joe Biden, ex vicepresidente in grande affanno, e Tom Steyer, un miliardario mica da ridere, si sono litigati i voti degli afroamericani in South Carolina. Quasi una lite da cortile tra ragazzini. Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota, è la più garbata. Ha cercato di spostare il confronto sul piano della ragione. Teme, non ha torto, l’autodistruzione dei Dem. Ma tra i giganti dell’estremismo bipartisan – Sanders e Trump – è destinata a sparire. Poi c’è Michael Bloomberg: nei match televisivi l’ex sindaco di New York risulta goffo e impacciato. Con tutti i soldi che spende per la campagna non potrebbe pagare qualcuno per prepararsi meglio a questi appuntamenti? Di lui si ricorda soprattutto questa frase rivolta a Sanders: «Vladimir Putin pensa che Donald Trump dovrebbe essere il presidente degli Stati Uniti. Ed è per questo che la Russia ti sta aiutando a essere eletto».

Un esplicito richiamo alle rivelazioni del Washington Post di qualche giorno fa che segnalano le interferenze russe nelle primarie. E al rischio che Sanders sia il miglior avversario per Trump. Ovviamente l’interessato ha respinto le illazioni. Pete Buttigieg, che ha capito dove si sposta il vento, si è concentrato nell’attacco a Sanders. Lo ha fatto con una certa efficacia, ma quel viso acerbo da bravo ragazzo, sconosciuto ai più, non basterà. Alla fine il senatore del Vermont prende qualche sberla, ma resta in piedi. Bontà sua, ha pure una parola buona per Fidel Castro e l’amministrazione cubana. Chissà se in Florida saranno d’accordo con lui. E chissà come si divertirà Donald Trump tra qualche mese.

Pur essendo un politico di carriera, Sanders si presenta come un ribelle contro le élite, sia repubblicana che democratica, in perfetto stile populista. Promette una rivoluzione che affascina soprattutto i giovani, anche se non spiega con quali soldi potrà sostenerla. Ha una capacità enorme di raccogliere denaro. La sua falange di seguaci è pronta a tutto. Anche a sparare senza pietà contro chiunque lo ostacoli. Guardate che combinano i Bernie Bros, un gruppo di trolls che ha intossicato il dibattito politico sui social media. Ne sanno qualcosa Hillary Clinton e la Culinary Union, il sindacato dei lavoratori alberghieri che ha osato negargli l’endorsement. In più, il suo côté madurista fa breccia tra i latinoamericani: per loro è lo “tío Bernie”. Per queste e altre ragioni molti osservatori – come, per esempio, John Freedland del Guardian – vedono in lui il Corbyn americano. Il paragone non è di buon auspicio. Ma la lezione resta valida per tutti i democratici. Anche per quelli italiani che civettano con il grillismo.

Paralizzati in una lotta fratricida, nel Super Tuesday ci saranno ancora troppi candidati che si rubano i voti tra loro: forse perché un candidato con un messaggio forte e lo standing adeguato questa volta non c’è. Un eccesso di frammentazione che favorisce il leader più populista. Secondo Fivethirtyeight, il sito di matematica elettorale fondato da Nate Silver, giornalista e statistico che ha previsto i risultati delle presidenziali del 2008 e del 2012, Sanders ha il 43% di possibilità di ottenere la nomination (nessuno degli altri candidati esprime percentuali significative). La stessa percentuale è attribuita all’ipotesi in cui nessun candidato riesca a conquistare la nomination. In entrambi i casi diventerebbe necessaria la mediazione tra le parti alla Convention di luglio. Stando così le cose, c’è un solo pronostico possibile oggi: la vittoria di Trump.

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