Bergoglio chiama il prete di Caivano
“Sono Papa Francesco”: la telefonata a don Patriciello, l’unico Stato presente nel Parco Verde

«Sono Papa Francesco». Dall’altro capo della cornetta c’è don Maurizio Patriciello, prete della chiesa di San Paolo Apostolo del Parco Verde di Caivano e simbolo della lotta alla camorra e ai roghi di rifiuti tossici nella tristemente nota Terra dei fuochi, tra le province di Napoli e Caserta, una lotta ostinata a tal punto da predisporre per lui la scorta. Il Santo Padre ha voluto chiamarlo per incoraggiarlo, per dirgli di continuare la sua battaglia contro i mali che opprimono quella terra tanto sventurata quando dimenticata.
«Mi mancano ancora le parole – racconta padre Maurizio – Era ora di pranzo, il telefono ha squillato e ho visto che era un numero sconosciuto. Ho risposto e una voce mi ha detto: “Sono Papa Francesco”. Non è stato annunciato da nessuno, ha parlato lui in maniera diretta – ha aggiunto – Davvero non riesco a spiegare la gioia che ho provato. Aver ricevuto la sua telefonata, il successore di San Pietro – conclude – conferma la fede». No, decisamente una telefonata che non capita tutti i giorni e don Maurizio ha raccontato di non aver dubitato nemmeno per un istante che dall’altro capo della cornetta non ci fosse Papa Francesco.
«Il Papa mi ha chiesto della situazione che si vive nel Parco Verde e della Terra dei fuochi. Mi ha chiesto – spiega – come va e mi ha incoraggiato a continuare nel mio impegno. L’ha ripetuto più volte nella nostra breve telefonata. Poi mi ha chiesto di pregare per lui. È davvero una gioia grande sapere che il Papa si ricorda di te, sa che esisti, così come è una gioia sapere che ci è vicino. Ma questo lo abbiamo sempre saputo». La storia della Terra dei Fuochi, della camorra, della dimenticanza dei politici ha fatto il giro del mondo ed è arrivata anche tra le stanze del Vaticano. «Il Santo Padre sa tutto delle nostre battaglie per l’ambiente» afferma Don Maurizio. Le storie del parroco di Caivano, come quella di don Luigi Merola costretto a fuggire da Forcella dopo le minacce di morte ricevute perché ha osato sfidare la camorra, raccontano di azioni di coraggio solitario. A marzo un ordigno esplose fuori la chiesa di don Maurizio, era un messaggio per lui.
«Ho firmato il mio testamento» dichiarò subito dopo il prete di Caivano. Non abbassò la testa, ma la paura che qualcosa di ancora peggiore possa accadere c’era. «Abbiamo messo tutto in conto quando siamo diventati sacerdoti, continuo per la mia strada – ha spiegato – Alcuni camorristi pensano che dovrei limitarmi a celebrare messa e benedire i loro figli quando vengono uccisi. Non è così, continuo il mio percorso mentre da queste parti continuano le “stese” di giovani pistoleri che terrorizzano i residenti a colpi di kalashnikov. Per quanto mi riguarda – ha concluso il prete di Caivano – se avessi voluto una vita comoda non avrei fatto il prete. Sono solo un povero parroco che annuncia il Vangelo».
Un prete che ora è stato chiamato dal Papa, segno che il suo impegno, il suo coraggio, la sua ostinazione non sono passate inosservate. Qualche giorno dopo l’attentato, fu predisposta la scorta per don Maurizio. Troppo pericoloso lasciarlo solo. Don Patriciello aveva chiesto fino all’ultimo di poterne fare a meno, ma fu necessario assegnargli la scorta e lui ha accettato “in spirito di obbedienza”. «Spero che questa decisione possa portare beneficio anche a questo territorio martoriato. Ringrazio chi ha preso questa decisione – ha aggiunto don Maurizio – che però mi rattrista: significa che ormai era diventata necessaria». Necessario, però, è anche lo Stato che a Caivano come in altri quartieri dell’hinterland napoletano martoriati dalla criminalità organizzata non entra proprio se non per annunciare la sua assenza. Preti di frontiera e cittadini comuni lasciati soli. Perché è uno Stato che arriva sempre dopo, sempre troppo tardi. Forse la telefonata di Papa Francesco riaccenderà i fari su Caivano, illuminando la strada di quanti continuano a camminare soli.
© Riproduzione riservata