La Spagna di Sanchez perdona i suoi militari...
Spagnoli peggio di Salvini: se la strage è di migranti non è reato

Non sapremo mai quante persone sono state uccise a Melilla, nella enclave spagnola in terra africana, il 24 giugno scorso. Schiacciate contro i cavalli di frisia, soffocate dai gas sparati dagli agenti spagnoli mentre erano in trappola tra due pareti di filo spinato alte sei metri, cadute dalle grate sotto gli occhi della polizia che gli puntava contro i fucili dal lato spagnolo mentre dal lato marocchino le guardie di frontiera li picchiavano con i bastoni spingendoli l’una sull’altra. Forse 23, forse 37.
“Tutto era sangue, pelle strappata, piedi rotti, mani rotte” hanno raccontato testimoni. I video girati ore dopo mostrano persone moribonde, con ferite gravi, lasciate arrostire sotto il sole senza soccorsi, tenute sotto tiro dalle armi degli agenti. Né sapremo mai quante altre persone sono state respinte in Marocco prima che si appurasse se avessero o no il diritto a fermarsi in Europa da rifugiati. Da ieri sappiamo però che non c’è nulla su cui indagare. La Fiscalìa (la procura generale) di Madrid ha stabilito che non ci sono indizi di possibili reati nel comportamento della Guardia civil quel giorno. “Non si può desumere che il comportamento degli agenti intervenuti abbia aumentato per i migranti la possibilità di perdere la vita, né che abbia messo a repentaglio la loro integrità fisica. Nessuno degli agenti dell’operativo terrestre ha avuto contezza del tumulto avvenuto né delle sue fatali conseguenze”, si legge nel testo.
E l’elicottero le cui pale hanno roteato per un tempo lunghissimo a pochi metri della testa dei ragazzi allo stremo delle forze appesi alle grate? Sebbene una telecamera dall’elicottero abbia ripreso la strage, abbia colto persino i dettagli delle persone morte schiacciate, non si può dire che gli agenti a bordo si siano accorti di qualcosa. La Procura afferma che i poliziotti nell’elicottero “non si sono accorti che c’erano persone in situazione di pericolo che avevano bisogno di aiuto”. E anche se l’avessero saputo, aggiunge, non avrebbero potuto dare soccorso senza correre rischi.
Nella parte finale del testo c’è anche una lode dei respingimenti a caldo (ossia migranti acciuffati e ributtati subito di là dal confine senza verificare nulla, né età, né provenienza, nulla). Si è trattato di espulsioni “realizzate con la decisione necessaria e senza perder tempo”. All’alba di quella mattina caldissima di giugno meno di duemila persone, tutte nere, quasi tutti maschi, provarono ad entrare nell’enclave non scavalcando le file di grate, come avviene di solito, ma buttando giù la porta del primo recinto di filo spinato che separa il quartiere cinese della città marocchina di Nador dal territorio europeo dell’enclave. Si sono trovate in trappola tra due reti mentre le guardie marocchine caricavano e quelle spagnole gli sparavano lacrimogeni addosso. Quaranta minuti di gas. Si sono lanciate sulle grate, 133 di loro siono riuscite a passare. Altre sono rimaste lì appese per ore, molte altre sono state travolte nella calca. Video girati da testimoni e diffusi dalla Moroccan Association for Human Rights mostrano corpi ammassati a terra, alcuni immobili, alcuni già cadaveri, presi a calci e bastonate dalle guardie marocchine.
Dalla cronaca di quei giorni di El Pais di Madrid: “Quando la tragedia si verifica dalla parte marocchina, la trasparenza è minore, l’informazione è limitata e difficile da valutare. Le circostanze che hanno segnato questo ultimo assalto sono ancora da chiarire, ma le prime informazioni indicano una grande concentrazione di persone in una vallata a ridosso del perimetro, dove sono rimasti intrappolati diversi migranti. In alcuni video che circolano sui social si possono percepire momenti tesi e pericolosi. In uno si può vedere come le azioni delle forze marocchine abbiano costretto un folto gruppo di migranti a correre, muovendosi parallelamente alla recinzione e la folla si è raccolta per sfuggire ai fumogeni sparati direttamente contro di loro”.
Nota El Pais che “tra i 133 che sono riusciti ad entrare a Melilla, c’è una maggioranza di sudanesi. Questa nazionalità era già molto presente negli ultimi tentativi, il 2 e 3 marzo, quando più di 850 migranti sono riusciti ad entrare nella città autonoma. I sudanesi sono potenziali rifugiati, secondo l’Onu. I sudanesi hanno uno dei più alti tassi di riconoscimento del diritto di asilo in Spagna, oltre l’88% nell’ultimo anno secondo i dati del ministero dell’Interno. Lo Stato riconosce la loro protezione internazionale, perché ritiene che siano a rischio di morte se tornano nel loro paese o che siano perseguitati. Per raggiungere questo obiettivo, finiscono per entrare in Europa in modo irregolare. La rotta libica è stata la più comune, anche se la rotta spagnola, attraverso il Marocco, ha registrato un aumento negli ultimi due anni”.
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