Dagli Usa all'Italia
Steinback e Silone, i punti in comune di due cantori diseredati

Il più bel romanzo sui migranti? Furore di John Steinbeck, del 1939 (The grapes of Wrath: mai titolo fu più diverso dall’originale ma forse più potente). L’ho ritrovato in una edizione Bompiani del 1968, che ovviamente mette in copertina Henry Fonda, protagonista del film (anch’esso stupendo, che John Ford ricavò dal romanzo, ma per l’occasione cito anche il cd che gli dedicò Bruce Springsteen). Vi suggerisco un esperimento. Immergetevi nell’opera di John Steinbeck. E poi provate ad accostarla a quella di Ignazio Silone, nato due anni prima, nel maggio del 1900, e morto dieci anni dopo, nel 1978. Dico subito i significativi punti di convergenza:
1) Si tratta dei due ultimi cantori dei diseredati, delle popolazioni rurali arretrate, dei contadini e braccianti del Sud (di un Sud del mondo vagamente decentrato: in un caso – la Salinas Valley – nella California settentrionale, nell’altro una regione dell’Italia centrale): scrivono i loro capolavori entrambi negli anni 30 e sono un po’ gli ultimi scrittori populisti d’Occidente (cantano i lavoratori che amano il proprio mestiere, e anche tutti gli utopisti e sognatori falliti…). Silone diceva sempre che tutti i cafoni del mondo si intendono tra loro: il suo romanzo Fontamara, tradotto in 27 lingue, venne scambiato in Croazia per una narrazione del folklore locale… E poi i suoi braccianti e quelli di Steinbeck, che pure hanno ovviamente differenti abitudini alimentari, mangiano entrambi fagioli…
2) Hanno avuto evidente simpatie per il comunismo (uno è stato dirigente del Pci negli anni 20, l’altro aveva aderito a un movimento di opinione filocomunista promosso da Dos Passos sulla rivista “New Masses” nel 1930), ma entrambi si distaccheranno dal comunismo (anche sulla scia – un’altra coincidenza – di un viaggio nell’Unione Sovietica…) e non su posizioni conservatrici, almeno nell’immediato (sappiamo invece che in vecchiaia Steinbeck, come Dos Passos, giunse a posizioni reazionarie, come il sostegno all’intervento americano in Vietnam, dove andò insieme a John Wayne!). La loro posizione etico-politica assomiglia a un individualismo libertario con venature socialisteggianti e cristiane. In particolare non potevano soffrire il pathos collettivistico – e fatalmente autoritario – della tradizione comunista: nell’introduzione a una sceneggiatura su Zapata Steinbeck precisa che l’originario sistema sociale degli indios del Mexico era comunitario e non comunista: la terra non poteva essere trasmessa ereditariamente però per la durata di una vita apparteneva soltanto a chi era capace di farla fruttare! E poi secondo lui lo stesso Zapata era «un simbolo dell’individuo che si oppone alla collettivizzazione dettata da entrambe le ideologie» (destra e sinistra).
3) Non tanto idealizzano i loro cafoni di cui vedono anche l’ignoranza, la rozzezza, quanto odiano entrambi una certa rispettabilità borghese, ipocrita, attaccata alla forma, sostanzialmente immorale, che non esita a cancellare l’altro pur di autoriprodursi, con tutti i propri privilegi.
4) Immettono di tanto in tanto nel loro universo tragico-epico elementi di sobrio umorismo, legati a una tradizione popolare
5) Tendono narrativamente al genere del feuilleton, del melodramma popolare, sfiorando a volte il midcult (la trattazione un po’ divulgativa di temi universali, di contenuti sublimi), tanto che su Furore il critico Harold Bloom ha sempre un po’ arricciato il naso.
6) Scrivono in età matura due opere quasi equivalenti: L’avventura di un povero cristiano (su papa Celestino V) e Il breve regno di Pipino IV (The short reign of Pippin IV, 1957), in cui c’è un protagonista che accetta di diventare re (o papa) ma quando scopre di non poter cambiare molto le cose abbandona il potere.
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