La paternità della definizione è dubbia: alcuni la attribuiscono a Giancarlo Pajetta, altri a Piero Calamandrei. Di certo fu un colpo di genio sul piano della propaganda politica: “legge truffa” diceva tutto, era lo slogan da campagna elettorale perfetto. Un vessillo.
Si parlava di una nuova legge elettorale, che avrebbe dovuto sostituire quella strettamente proporzionale con la quale si era votato nelle prime elezioni politiche libere della Repubblica, nel 1948. Quattro anni dopo, in vista della nuova prova elettorale dell’anno seguente, la Dc di De Gasperi, nonostante avesse trionfato nel 1948 incamerando da sola il 48,51% dei consensi, di quella legge messa alla prova una sola volta era già stanca. La voleva sostituire con una nuova legge che attribuiva automaticamente il 65% dei seggi alla Camera, pari a 380 deputati per la lista (o l’alleanza dichiarata di liste) che avesse ottenuto più del 50% dei voti. Ove nessun partito o nessuna alleanza di liste superasse quel quorum, i seggi sarebbero invece ripartiti sulla base del sistema proporzionale in vigore.
Non era la legge Acerbo che nel 1924 aveva sancito il trionfo del fascismo e aveva tenuto a battesimo la dittatura, anche se comunisti e socialisti la bollarono subito proprio considerandola una riproposizione di quella legge. Non era così. In quel caso uno spropositato premio di maggioranza veniva attribuito al partito più votato, purché avesse superato la soglia del 25%. In questo caso la lista doveva comunque ottenere la maggioranza assoluta per poi vedere però la propria posizione fortemente rinsaldata. Si trattava di un correttivo maggioritario, pur se robusto, e non a caso, nei decenni dell’impeto maggioritario seguiti al referendum del 1993, molti commentatori cercarono di rivalutare quella legge. Ma per capire lo sdegno che suscitò allora, non solo nell’opposizione ma anche in aree della maggioranza che si rivelarono alla fine determinanti, bisogna tornare alla mentalità dell’epoca. Con il ricordo della dittatura ancora fresco e la lezione di Hans Kelsen egemone nel pensiero politico democratico, violare la regola della massima rappresentanza garantita da un proporzionale quasi perfetto, essendo la soglia di sbarramento fissata appena all1,5%, suonava come un insulto alla democrazia, anzi come un tradimento dei suoi princìpi.
Nessuno volle la riforma più del presidente del consiglio e leader della Dc Alcide De Gasperi, la cui fede democratica era tuttavia indiscutibile. A spingere lo statista democristiano su quella strada scivolosa erano stati prima di tutto i risultati delle elezioni amministrative del 1950 e 1951. Registravano un calo di consensi del partito cattolico massiccio e nel sud clamoroso. L’eventualità di doversi alleare con la destra monarchica e neofascista per dar vita a una maggioranza era concreta. Nel 1952, a Roma, De Gasperi aveva resistito a pressioni inaudite del Vaticano perché si alleasse nelle elezioni comunali con quella destra. A Napoli una coalizione di destra guidata dall’armatore Achille Lauro aveva conquistato il Comune. Le mediazioni con gli altri partiti di governo, il Pli, il Pri, e il Psli, si erano rivelate defatiganti. Pur essendo la vittoria della Dc praticamente certa, De Gasperi scelse di provare a risolvere il problema di una possibile instabilità con una mossa drastica.
Anche il Pci, e a ruota il Psi, si trovarono di fronte a un bivio. La legge avrebbe ridotto all’osso la loro rappresentanza parlamentare, ne avrebbe ridimensionato peso e forza di pressione. Del resto anche questo era uno dei principali obiettivi di De Gasperi, pressato in questo senso dal Vaticano, ma anche dagli Usa e da settori della Dc che chiedevano la messa fuori legge del Pci. Opporsi alla legge principalmente nelle piazze avrebbe significato offrire l’occasione per quella messa fuori legge che, nel momento più surriscaldato della guerra fredda, con la Corea in fiamme, era tutt’altro che impossibile. Il Pci scelse dunque la strada di un’opposizione durissima alla proposta di legge materialmente presentata nell’ottobre del 1952 dal ministro degli Interni Scelba, ma giocata essenzialmente proprio in Parlamento.
La legge arrivò a Montecitorio nei primi giorni del dicembre 1952 ma il Parlamento di allora non era l’attuale collegio di educande. Volarono subito botte da orbi. I fratelli Giancarlo e Giuliano Pajetta usarono le tavolette dei seggi abitualmente adoperati per poggiare i gomiti come manganelli. Si contarono feriti e contusi. La sinistra ricorse all’ostruzionismo, allora illimitato e non regolamentato, presentando mille emendamenti e intervenendo su tutti con lunghissimi discorsi. Il 14 gennaio 1953 il governo decise di aggirare l’ostacolo di un ostruzionismo strenuo ponendo la fiducia sulla legge elettorale: un’altra forzatura estrema che si sarebbe ripetuta solo dopo oltre 6 decenni. Ci furono manifestazioni di fronte alla Camera, la polizia manganellò pesantemente. Pietro Ingrao, allora direttore dell’Unità fu preso a botte in testa nonostante si fosse qualificato come parlamentare e rientrò in aula, nella notte, spettacolarmente sanguinante. Però Togliatti insistette per uno scontro durissimo in Parlamento ma contenuto, respingendo anche la proposta del duro Pietro Secchia di abbandonare il Parlamento, in una sorta di nuovo Aventino.
Approvata alla Camera, la legge passò al Senato, dove lo scontro fu anche più violento. Il presidente Paratore, contrario alla fiducia, si dimise. Nessuno volle sostituirlo. Alla fine la palla avvelenata toccò a Meuccio Ruini, 76 anni, ministro delle Colonie per meno di un mese nel 1920, antifascista, deputato alla Costituente, iscritto al gruppo Misto. Il 29 marzo, domenica delle Palme, Ruini, su mandato del governo, mise ai voti con una sorta di colpo di mano la fiducia sulla legge elettorale. Per ore l’aula di palazzo Madama diventò teatro di una rissa da strada.
Il futuro presidente Pertini aprì le ostilità rivolgendosi a Ruini: “Lei è un porco”. Successe di tutto. L’anziano Emilio Lussu volò con agilità giovanile di banco in banco per prendere a schiaffoni Ugo La Malfa. Come lui ex azionista. I parlamentari comunisti diedero l’arrembaggio alla presidenza scontrandosi fisicamente con i commessi. Il governo abbandonò l’aula lasciando a presidiarla solo il giovane sottosegretario Andreotti: indossò un cestino della carta straccia come elmo e tenne la posizione.
Nella scazzottata generale i commessi cercarono di portare in salvo Ruini: il lancio di oggetti contundenti raggiunse il presidente proprio mentre fuggiva dall’aula squarciandogli la fronte. Scapparono in massa anche i funzionari e nel verbale della seduta figuravano di conseguenza macroscopiche irregolarità, come il voto a favore della legge del comunista Scoccimarro, che al contrario era stato uno dei più duri in aula e aveva addirittura guidato l’assalto alla presidenza. Contestare il verbale fu però impossibile: il presidente Einaudi sciolse subito le camere, indisse le nuove elezioni e non ci furono altre sedute in quella legislatura.
La campagna elettorale fu tesissima. La nuova ambasciatrice Usa Clare Boothe Luce, la più determinata nel chiedere la messa fuori legge del Pci, entrò in campo a gamba tesa minacciando la sospensione degli aiuti americani se la Dc non avesse vinto. La strategia di Togliatti, basata su una battaglia essenzialmente parlamentare, si rivelò vincente. Spezzoni della maggioranza contrari alla legge diedero vita a piccole formazioni, tra cui la “Unità popolare” di due padri della patria come Ferruccio Parri e Piero Calamandrei. Quelle formazioni minori decisero il risultato del voto del 7 giugno. Il listone di governo, del quale la Dc era spina dorsale, mancò l’obiettivo per meno di 54mila voti. Si fermò al 49,85%, a un soffio dal quorum del 50%.
Le schede annullate, rispetto a cinque anni prima, raddoppiarono: furono oltre 900mila. Con una distanza dal quorum così ridotta De Gasperi, per cui la sconfitta elettorale equivaleva a una definitiva uscita di scena dalla politica, avrebbe potuto chiedere il riconteggio. Non lo fece perché sapeva che a quel punto Togliatti non avrebbe potuto più evitare il ricorso alla piazza, con esiti imprevedibili ad altissimo tasso di rischio.
In fondo la vicenda della legge truffa, sia per la natura dello scontro, sia per il teatro parlamentare sul quale fu combattuto, sia per la essenziale lungimiranza dimostrata sia dal Pci evitando lo scontro di piazza, sia da De Gasperi non chiedendo il riconteggio segna la vera nascita della Repubblica parlamentare italiana, la fine reale del dopoguerra, il consolidamento della prima Repubblica, destinata a sopravvivere per quaranta anni esatti. Fino al referendum che non 1993 introdusse in Italia un sistema maggioritario.