100 anni fa la marcia cha aprì le porte al fascismo
Storia della marcia su Roma: così Mussolini prese la città dopo la caduta del governo Facta

Il re si corica presto e si alza all’alba. Il telegramma di Facta che lo esorta a tornare nella Capitale, spedito poco dopo la mezzanotte, lo legge solo alle 6 della mattina del 27 ottobre, mentre si prepara per la caccia. Esita solo un attimo, poi ordina di organizzare la partenza e telegrafa a Facta: “Giungerò Roma ore 20. Pregola avvertire personalità interessate”. Nella notte sul ministero degli Interni erano diluviati telegrammi e telefonate dalle prefetture di molte città, tutti di contenuto identico: i fascisti si stanno radunando, si preparano ad attaccare.
Non significa che si interrompano trame e trattative. De Vecchi e Grandi, cioè uno dei quadrumviri e il capo di stato maggiore dell’insurrezione, non hanno ancora raggiunto Perugia, dove si è installato all’Hotel Bristol lo stato maggiore della marcia che dovrebbe partire il giorno seguente. Bianchi cerca inutilmente di contattare De Vecchi, poi, prima di partire anche lui per Perugia, gli lascia in albergo un biglietto perentorio: “Entro domattina, sabato, dovresti far di tutto per essere a Perugia”. È da quel biglietto che il quadrumviro antimarcia e Grandi capiscono di essere stati giocati da Bianchi, con la promessa non mantenuta di rinviare di 24 ore l’azione. Sempre che a opporsi al rinvio non sia stato Mussolini in persona. I due non possono esserne certi, comunque non si arrendono.
De Vecchi rilascia un’intervista, che uscirà solo il giorno dopo, per difendere una posizione opposta a quella di Bianchi e Balbo, per cui l’incarico a Mussolini è irrinunciabile: “In un primo tempo la soluzione Mussolini si può differire. Mi sembra che l’on. Salandra e l’on. Orlando potrebbero essere benissimo i capi di un ministero con la nostra partecipazione”. Quindi i due, alle 11, tornano da Salandra, poi Grandi viene ricevuto anche da Orlando. Tutti sanno che Giolitti sta trattando con Mussolini ma il duce, nelle stesse ore telefona anche a Salandra. Respinge la sua richiesta di spostarsi subito a Roma ma gli fa sapere, attraverso Costanzo Ciano, che le condizioni dei fascisti per sostenere un governo guidato dallo stesso Salandra o da Orlando sono cinque ministeri fascisti, tra cui Interni e Guerra, e nuove elezioni.
A mezzogiorno del 27 ottobre, vigilia della marcia, la situazione è dunque questa. Sul fronte militare le forze in campo si stanno radunando e contando. Quanti siano i fascisti pronti a marciare è incerto ma sono probabilmente tra i 30 e i 40mila: 10mila tra Santa Marinella e Civitavecchia, agli ordini di Perrone Compagni, 12mila con Igliori e 3mila col generale Fara a Monterotondo, un numero incerto, tra i 2500 e gli 8mila agli ordini di Bottai a Tivoli. A Roma il generale Pugliese chiama a raccolta i generali di brigata e delle forze di polizia. Verificano di poter contare su 30mila uomini ben armati, a differenza dei fascisti, ai quali si aggiungerebbero 10mila “camicie azzurre”, le squadre nazionaliste fedeli al re. Sul piano politico Bianchi e Balbo spingono per l’intransigenza, indisponibili a soluzioni di compromesso che non vedano Mussolini presidente del consiglio, mentre De Vecchi e Grandi tirano in direzione opposta e il duce si tiene in equilibrio. Sostiene la necessità di passare subito all’azione ma allo stesso tempo tratta con tutti: con Facta e Giolitti, con Salandra e Orlando.
A far precipitare la situazione sono forse i fascisti che radunati in varie città dovrebbero attendere il 28 per occupare gli edifici pubblici invece spesso anticipano i tempi. A Firenze i fascisti sono in fermento già dalla mattina presto. A Pisa, poco dopo mezzogiorno le camicie nere interrompono molte linee telegrafiche e telefoniche, occupano gli uffici postali e provinciali. Dalle prefetture continuano ad arrivare rapporti sempre più allarmati e allarmanti ma l’incidente più grave si verificherà nel pomeriggio a Cremona. Alle 18 infatti Farinacci ordina di avviare subito l’insurrezione, cercando di occupare questura e prefettura. Il prefetto cede i poteri al comandante del presidio militare che sgombra una parte della prefettura mentre gli insorti si asserragliano al pianterreno. Nei paesi vicini i fascisti occupano le caserme ma in un caso i carabinieri reagiscono e uccidono tre assalitori. Bianchi, messo al corrente degli scontri in corso ordina di fermarsi a Farinacci che non obbedisce e risponde alla Giulio Cesare: “Il dado è tratto”. La battaglia continuerà fino a tarda serata, con i fascisti che cercheranno di assaltare il piano alto della prefettura con scale di corda e lanciandosi in macchina contro le truppe. Negli scontri della notte cadranno altri 4 fascisti e il prefetto sotto assedio chiederà aiuto a Roma: “Forza inadeguata bisogni”.
Nel pomeriggio, alle 16.50, Facta riunisce di nuovo il governo e ripropone le dimissioni ma anche stavolta le conclusioni sono un compromesso: il passo finale è sospeso ma il mandato dei ministri resta a piena disposizione del presidente del consiglio che si impegna quanto prima a “rimettere nelle mani del sovrano la responsabilità di provvedere alle pericolose emergenze del momento”. Al ministero degli Interni sono riuniti ministro, prefetto, questore, capo della sicurezza e il generale Pugliese, dopo un po’ arriva anche Facta, “agitatissimo e sudato”. Pugliese garantisce che le forze armate resteranno fedeli ma pretende e ottiene un ordine scritto del ministro che lo autorizza a fermare i treni che trasportano i fascisti verso Roma e, se necessario, a sparare sugli insorti. Alle 19 Facta, senza aspettare l’arrivo del re, annuncia alle agenzie di stampa la decisione del governo di presentare le dimissioni.
Il re non apprezza. Quando Facta va a prenderlo alla stazione, alle20.05, si apparta con il presidente del Consiglio e lo redarguisce: “Roma deve essere difesa. Faccia il suo dovere e mantenga l’ordine pubblico”. Sul decisivo colloquio esistono diverse versioni. La più credibile è quella dell’aiutante di campo del sovrano, il generale Cittadini, secondo cui Vittorio Emanuele avrebbe concluso dicendo al primo ministro: “Mi proponga con il consenso totale dei ministri i provvedimenti che crede debbano essere messi in effetto; vedrò io poi – giacché non conosco i dettagli della gravissima situazione che lei mi descrive – cosa si deve fare”.
Prima di seguire il sovrano a villa Savoia, Facta cerca di raggiungere Mussolini attraverso il prefetto Lusignoli ma il duce non si fa a trovare. Passerà di nuovo la serata a teatro, come il giorno prima, ma stavolta invece che con l’amante Margherita Sarfatti con la moglie Rachele e la figlia Edda, a vedere Il cigno, di Ferenc Molnar. È qui che un giovane redattore del Popolo d’Italia lo avverte degli scontri di Cremona. Il duce lascia il teatro in anticipo, alla fine del terzo atto. Dalla redazione del Popolo d’Italia chiama Farinacci che conferma, “Ci sono stati tre martiri fascisti”. “Allora non resta che continuare”, conclude Mussolini.
Non è noto nei dettagli neppure il colloquio tra Facta e il re a villa Savoia, intorno alle 21. Di certo il presidente del Consiglio rassegna ufficialmente le già annunciate dimissioni e suggerisce di incaricare Giolitti ma il re si riserva di deliberare il giorno seguente. È molto probabile che i due discutano anche l’eventualità di proclamare lo stato d’assedio, proposto da Facta con un assenso del re che però consiglia di rinviarlo per vedere prima “il volgere degli eventi”. Poi, nonostante la “gravissima situazione”, Facta, come del resto i ministri e lo stesso re, se ne va a dormire nella sua stanza all’Hotel Londres.
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