Quando nel febbraio scorso il coronavirus destinato a essere poi ribattezzato Covid 19 irruppe nelle nostre vite, ospite sgradito quanto inatteso, per un po’ sui giornali e sui social fiorirono le bibliografie attinenti a pestilenze e contagi vari. Poche sorprese, i titoli erano sempre quelli, da Manzoni a Camus a Garcia Marquez. Solo pochi aggiunsero l’incredibilmente profetico Febbre, della cinoamericana Ling Ma, uscito nel 2018, e ancora di meno furono quelli che riscoprirono una profezia ancor più precisa e dettagliata, quella contenuta nel romanzo di Dean Koontz del 1981 Gli occhi dell’oscurità, dove si parlava di un virus creato in laboratorio e destinato ad aggredire i polmoni che si sarebbe diffuso nel 2020 nella città cinese di Wuhan, prima di passare negli Usa, e proprio per questo chiamato “Wuhan-400”.

Sia nelle liste più addottorate che in quelle limitate ai classici non mancava mai The Stand, in orribile e infedele traduzione italiana L’ombra dello scorpione, di Stephen King. Pubblicato nel 1978 e poi, in versione integrale, nel 1991, The Stand è uno dei più lunghi amati e conosciuti romanzi del golden boy del Maine. Il 3 gennaio su Starzplay inzierà anche in Italia la serie in nove puntate tratta dal romanzo, dopo quella, già molto fortunata, del 1994.

The Stand è un classico sia delle letteratura di genere che di quella americana moderna. Il capolavoro di Cormac McCarthy La strada è anche, in modo esplicito, un omaggio a King e al suo romanzo più ambizioso: non si parla di epidemie, ma l’America postapocalittica e devastata in cui si svolge la vicenda è quella di The Stand. Solo che King non si limita a farci sapere che c’è stata l’apocalisse per poi far muovere i suoi personaggi, i sopravvissuti, nelle terre desolate scampate al disastro. Lo racconta nei particolari, minuzionsamente, dedicando all’epidemia del morbo detto Captain Trips, un’influenza letale creata in laboratorio, quasi un terzo del lunghissimo romanzo. Se King campeggia ogni volta che si parla di epidemie raccontate e descritte sulla carta è di solito solo per quella strepitosa prima parte di The Stand.

È un errore. Captain Trips, il virus sterminatore, rappresenta quasi l’unico agente patogeno conclamato nella vastissima bibliografia dello scrittore di Bangor. Ma di epidemie, più o meno mascherate, se ne contano invece moltissime. Per alcuni versi si potrebbe persino dire che se spesso King ha lavorato sulla rielaborazione dei modelli classici dell’horror, riadattandoli alla contemporaneità e usarli non per fantasticare ma per descrivere la realtà e i suoi orrori quotidiani, l’introduzione dell’epidemia è il suo più originale apporto. Sin dal suo secondo romanzo Le notti di Salem, che lo consacra nel 1975, King rilegge il mito centrale dell’horror e del gotico, quello di Dracula, in chiave di epidemia. Sorvola sul rapporto diretto e sessuale tra il vampiro e le sue vittime, l’asse del romanzo di Bram Stoker, e lo rideclina come un’epidemia che contagia uno dopo l’altro tutta la cittadina di Salem’s Lot sino a desertificarla. L’obiettivo, come inevitabile per un autore che maschera con il velo fantastico la vena realistica più robusta della moderna letteratura americana, è spostato dal vampiro alle sue vittime: non quelle contaminate direttamente dal seduttore dentone ma quelle a cui il virus arriva in seconda o terza battuta. Il racconto è quello di una classica small town americana, la pancia d’America, che soccombe colpita da un’epidemia che dilaga anche grazie ai comportamenti e all’identità già malata in partenza della cittadina.

Negli anni successivi arriveranno altre epidemie camuffate. Gli oggetti ad altissima tecnologia portati dallo spazio da un’astronave di predoni, nell’escursione nella fantascienza Le creature del buio, che contaminano un’altra città che potrebbe essere la gemella meno gotica di Salem’s Lot. I regali maledetti di Cose preziose, che dilagano a loro volta come un virus. Soprattutto, King, ragazzo di movimento degli anni ‘60, adopera una sorta di grottesca epidemia per raccontare la grande rivolta dei campus americani in quel decennio nel capolavoro Cuori in Atlantide. Per i protagonisti, studenti nello stesso campus, passare gli esami non è solo necessario per costruirsi il futuro sicuro e di successo che sognano. In ballo c’è la pelle, perché senza procedere per tempo con il corso li aspetta la cartolina precetto, il Vietnam. Si adeguano, ordinati e disciplinati, finché uno di loro si presenta con un mazzo di carte e organizza una partita a Hearts, gioco molto semplice che in Italia si chiama “Peppa”. La febbre del gioco, pur con poste risibili, contamina uno dopo l’altro tutto il campus. Gli studenti depongono i libri per spendere ore e ore con le carte, fino a perdere l’anno e il loro futuro, fino a ritrovarsi nelle giungle letali del sud-est asiatico.

Il vampiro, i doni ingannevoli portati dallo spazio o apparsi in una sinistra bottega, le carte sono il virus. Ma quello che interessa King sono le porte che al contagio aprono quelli che vengono colpiti. Un’epidemia non è la parabola di un virus: è la vicenda di chi ne viene colpito o se ne difende. Il vampirismo attecchisce perché Salem’s Lot è quello che è, non perché sia un destino inesorabile: non a caso King definiva ilsuolibro un mix fra il Dracula di Stoker e Peyton Place. Un gioco futile, con in ballo poste inconsistenti, distrugge le carriere e a volte le vite di protagonisti e comprimari perché il terreno è già dissodato dal rifiuto di un sistema di vita che già agiva in profondità senza che loro se ne fossero ancora accorti.
È difficile credere che King sfuggirà alla tentazione di rileggere a modo suo un fenomeno epocale, e così consono alle sue visioni, come è il Covid-19. Ma se anche dovesse evitare, la chiave per leggere quello che sta succedendo la ha già offerta: la forza potenzialmente distruttiva della pandemia non va rintracciata nella scintilla di un virus arrivato dalla Cina ma nella condizione pre-esistente di chi quella pandemia e i suoi effetti a tutto campo, sanitari, sociali, economici e psicologici, deve saper affrontare o soccombere come Salem’s Lot.