Viaggiava sul caicco della strage con la sua famiglia
Torpekai Amarkhel: la giornalista che sognava la libertà delle donne afghane morta nel naufragio di Cutro

Torpekai Amarkhel aveva creduto che il giornalismo potesse essere uno strumento di emancipazione per il suo Paese, per le donne del suo Paese soprattutto. Era finito tutto, via facendo, quando a partire dall’agosto 2021 l’Afghanistan è tornato nelle mani dei talebani. Torpekai Amarkhel aveva 42 anni. Reporter, interprete e traduttrice. È morta nella strage di Steccato di Cutro, il naufragio per il quale ancora si cercano decine di persone disperse. Con la donna sarebbe morto anche il marito e due bambini mentre una terza figlia è ancora considerata dispersa.
Amarkhel aveva lavorato alla radio nazionale afghana e per Unama News, un progetto di informazione delle Nazioni Unite. Quando nel 2001 il regime talebano era stato rovesciato dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, aveva pensato che il “giornalismo fosse una nuova frontiera per le donne nel Paese”. Questo lo sosteneva anni fa, mentre lavorava con un team di giornaliste tutte al femminile. “Certo, ci sono più donne oggi che fanno questo mestiere – diceva nel 2017 – ma sul campo, fuori dall’ufficio si presentano in burqa, fanno le interviste con il burqa. Non è semplice convincerle che sia un lavoro importante per loro“.
E infatti era sempre lei a esortare le colleghe a lavorare senza il burqa. Da ultimo aveva preso a realizzare servizi fotografici per raccontare la condizione delle donne in Afghanistan, anche questo un mestiere messo al bando come quasi tutti gli altri in un Paese ripiombato in un Medioevo oscurantista dopo il ritorno dei talebani a Kabul. Le donne in Afghanistan non possono lavorare se non in poche eccezioni e in pochi ambiti, non possono uscire di casa senza velo e nemmeno andare al parco giochi con i propri figli, neppure con il burqa.
Torpekai Amarkhel – qualunque insegnamento morale voglia impartire il ministro Piantedosi – era fuggita da questo Paese, si era imbarcata sul caicco della tragedia nella notte tra sabato 25 e domenica 26 febbraio. L’impatto con la secca, il naufragio, la strage. È successo intorno alle 4:30 del 26 febbraio, il caicco si è rotto a pochi metri dalla spiaggia. A far scattare l’allarme alcuni pescatori che erano a riva. Sulla barca partita da Izmir, in Turchia, viaggiavano almeno 185 persone. Per la maggior parte di loro non c’è stato nulla da fare. Afghani, pakistani, iraniani, tantissimi bambini. La stessa Amarkhel e la sua famiglia erano arrivati a piedi in Iran, da lì a Istanbul dove avevano fittato una casa in attesa di poter partire per l’Italia.
I corpi recuperati sono stati allineati nel PalaMilone, il palazzetto dello sport di Crotone trasformato in una camera ardente. Alcune vittime sono state riconosciute solo dai tatuaggi, altre non sono neanche state mostrate ai parenti che le hanno riconosciute dalle fotografie. A Crotone sono arrivati parenti da tutta Europa, in alcuni casi persone che avevano fatto anche loro il viaggio in mare anni fa. A Crotone è arrivata anche Mida, sorella della giornalista. È arrivata da Rotterdam, dove vive, in Olanda.
“Il suo sogno era quello di fare la giornalista in Italia – ha raccontato ad Avvenire tra le lacrime la sorella, arrivata in auto in Calabria – Era laureata in giornalismo all’Università di Kabul e aveva una grande passione per il giornalismo: collaborava anche con l’agenzia Unama News. Amava fare interviste, raccontare le donne. Ma con i talebani che bussavano ogni sera alla porta, era diventato impossibile. Così ha deciso di partire“. Ha dato mandato al pool di legali creato nella città calabrese per assistere le famiglie delle vittime di rappresentarla nel procedimento giudiziario che ci si aspetta dopo l’indagine aperta dalla Procura. L’ultimo messaggio dalla sorella lo aveva ricevuto il mercoledì prima della tragedia. Torpekai Amarkhel non l’aveva informata che quella sera stessa si sarebbe imbarcata. La sorella ha saputo della strage dalla televisione, ha chiamato il fratello che si è messo in contatto con lo scafista. Per quel viaggio gli adulti avevano pagato 10mila dollari a testa, 8mila bambini.
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