Non è vero che Marco Travaglio e la sua truppa del Fatto quotidiano stanno dalla parte della magistratura. A loro piacciono solo i pubblici ministeri, cioè quelli che in Italia –unico Paese del mondo occidentale- indossano indebitamente la stessa toga del giudice. In realtà c’è addirittura una categoria di giudici che quelli del Fatto proprio non sopportano, e sono i tribunali di sorveglianza. Non perdono occasione per tirar loro palate di fango, un materiale che in quella redazione conoscono bene.

Capita che evada, non rientrato da un permesso premio, Johnny lo Zingaro, un vero papillon, habitué delle fughe, spesso d’amore. Sarebbe scappato (o non rientrato) da qualunque istituto di pena, se gli fosse girato così. Ma era detenuto a Sassari, e i giudici della città sarda hanno proprio una brutta reputazione agli occhi di Travaglio e dei suoi ragazzi (e ragazze). Sono quelli che, dopo aver invano chiesto al Dap il trasferimento in un centro clinico adeguato per un detenuto gravemente malato, gli hanno poi accordato, mentre era in corso l’allarme per il Covid-19, un differimento della pena per pochi mesi, perché potesse avere cure adeguate a una grave forma di tumore.

Quel detenuto si chiamava Pasquale Zagaria, non aveva mai ucciso né rapinato, si era consegnato spontaneamente nel 2007, aveva poi ammesso i suoi reati, e soffriva di un «carcinoma papillifero di basso e focalmente alto grado della vescica». Era stato operato e necessitava di cure specifiche. Non era considerato pericoloso almeno dal 2011, come dichiarato nel 2015 dalla corte d’appello di Napoli. Pure era finito nel tritacarne della canea, che ancora nei giorni scorsi aveva latrato dalle colonne di Repubblica, che polemizzava sui «boss scarcerati».

Pasquale Zagaria è in un ospedale lombardo, non scoppia di salute. Non rientrerà in carcere benché lo chiedano ossessivamente i pubblici ministeri napoletani, come già aveva fatto Catello Maresca, quello che lo aveva arrestato e che non si dà pace, perché i “cattivoni” giudici di Sassari hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto Bonafede dell’ 11 maggio. Quello che nominava i pubblici ministeri “antimafia” come badanti dei giudici di sorveglianza, minandone l’autorevolezza e l’autonomia. Con grande disappunto del Fatto, persino di una giornalista come Antonella Mascali che pure si era fatta le ossa, da giovane, alla scuola di Radio Popolare, fondata da un garantista come Piero Scaramucci.

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Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.