L'autoelogio del folle
Trump cerca l’imprevedibilità, non la verità che è secondaria in virtù della ragion di Stato
Il presidente si è sempre definito un madman, capace di qualsiasi cosa, facendone un proprio punto di forza. Anche (ma non solo) il caso Almasri insegna che volere “il vero” a ogni costo può essere controproducente
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Donald Trump è orgoglioso di quella che lui pensa essere la sua arma (non più) segreta: l’imprevedibilità anche oltre i limiti della follia. Non per caso e con civetteria chiama sé stesso “madman”, il pazzo. Le riflessioni sulla follia vera o presunta di Trump ci possono essere utili. Durante il suo primo mandato, si vantava di aver fatto cambiare idea al presidente cinese Xi Jinping che minacciava il blocco navale di Taiwan.
Ci parlò per telefono e poi annunciò: “Adesso Xi Jinping ha capito quale razza di fottuto pazzo io sia”. Non è del resto una novità alla Casa Bianca: Richard Nixon, il presidente, quello dello scandalo Watergate, ha scritto di essere stato convinto da Henry Kissinger a far circolare la voce che avesse perso la testa al punto di voler lanciare un’atomica su Hanoi, capitale del Vietnam del Nord contro cui gli Usa erano in guerra. Erano tempi in cui un capo di Stato doveva essere certificato matto da legare se minacciava la guerra atomica.
Oggi gli analisti hanno il fiato corto per inseguire la realtà trumpiana. Ma l’atteggiamento teatrale del presidente è in armonia con la comunicazione manipolata. Lo scambio di ostaggi fra Hamas e Israele si svolge secondo la regia di Hamas: le soldatesse liberate si presentano sul palcoscenico di Hamas indossando uniformi israeliane finte e fiammanti, cucite per loro dai sarti dei loro carnefici. In Italia si percepisce che Khalid Almasri rimpatriato in Liba con un Falcon dei nostri servizi per ragion di Stato italiane, è sia un pezzo da novanta dell’intelligence libica che, forse per contaminazione, anche americana. Ma non se ne può essere certi.
Inutile rompersi la testa sui segreti del “Deep State” che si nasconde sotto le architetture istituzionali per fare la politica che si vede o non si vede, esattamente quanto la follia di Trump che – altro fatto nuovo e apocalittico – nega la necessità della verità: quel che conta, dice, è la forza, e neanche quella militare, ma economica, con cui si può tranquillamente annunciare al mondo di volere Panama, la Groenlandia e il Canada senza muovere un soldato ma agitando i fantasmi della sola convenienza.
Il grande effetto “Sputnik” dell’IA cinese non riguarda la qualità superiore dell’intelligenza artificiale di Pechino, ma il suo costo: parsimonioso in Cina e smodato in America, che mantiene però il suo primato. L’espressione “effetto Sputnik” è suggestiva ma lievemente inappropriata: quando i russi misero in orbita una palla di ferro con dentro una sveglia che trasmetteva il suo tic-tac, l’Occidente tutto, America First, sentì di aver subito una umiliazione culturale perché sembrava che la scuola sovietica sfornasse cervelli migliori. Da allora il ricordo dell’effetto Sputnik vive di vita propria.
Nessuno può dire come andrà la seconda presidenza Trump, ma è certo che c’è qualcosa di molto sensato nella apparente follia perché è comunque follia dichiarata. Lo disse all’inaugurazione del suo primo termine: “Cone nazione dobbiamo essere imprevedibili”. La prima volta che definisce se stesso “a madman” fu ad una cena nel 2018 discutendo con i nordcoreani, avvertendoli che avevano a che fare con un pazzo, cioè con un uomo le cui mosse non sarebbero state quasi mai prevedibili. Il suo vicepresidente JD Vance meno di un anno fa disse: “sono sicuro al cento per cento che l’imprevedibilità sia una strategia vincente, sono sicuro che Trump la farà valere quando si tratterà di cercare una via d’uscita nella guerra Tra Israele e Hamas”. Minacciò il presidente nordcoreano Kim Jong Un di lanciargli contro una tempesta di fuoco che lo avrebbe annichilito salvo poco dopo portarselo a cena a casa sua abbracci e pacche sulle spalle.
Non vogliamo certo fare un’apologia della follia di Trump né sentirci troppo sicuri in questo ambito di imprevedibilità che è contrario all’istinto di sicurezza di ciascuno di noi. Ma se vogliamo cercare la ratio di questa incredibile carriera politica e di vincente odiosità espressiva, dobbiamo azzardare un’ipotesi che fa anche al caso nostro e quello già citato del potente uomo libico rimpatriato con una Falcon dei servizi segreti a Tripoli dove lo hanno festeggiato come una divinità. La reazione normale a questi fatti è sempre la stessa una tempesta mediatica per chiedere di sapere la verità, tutta la verità nient’altro che la verità, trascurando che chi e al governo si trova di fronte situazioni che non possono in alcun modo essere rese pubbliche, ma che fanno parte della sicurezza o del progresso e del vantaggio economico.
L’idea che il governo debba essere chiamato in Parlamento a dire tutto ciò che sa è sia onesta che ipocrita. Quando l’Italia sotto la presidenza di Massimo D’Alema fu coinvolta nella guerra voluta dal presidente Clinton contro la Serbia era evidente che non tutto poteva doveva essere detto. La questione della ragion di Stato è uno degli elementi fondanti di una democrazia che protegge sia le libertà il benessere dei propri cittadini sia quell’insieme di atti segreti, talvolta ostili e talvolta no ma comunque segreti perché c’è una zona della politica che si fonda sul segreto per poter disporre di una carta indispensabile come l’imprevedibilità.
Non puoi fare delle politiche importanti sotto la frusta della politica in Parlamento in cui le opposizioni attaccano il governo per ottenere lo scalpo della presunta verità, che peraltro non avrà mai.
Per questo ci vorrebbe un cambio di mentalità sia da parte delle forze di governo e di opposizione come sta accadendo in America, o almeno rifletterci senza i paraocchi.
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