L’onda sismica trasmessa dall’amministrazione Trump al sistema di regole, principi e istituzioni che ha governato il sistema internazionale, a partire dal secondo dopoguerra, segna la fine dell’era della convergenza e inaugura quella della divergenza. Una divergenza che non si manifesta soltanto – come sarebbe prevedibile – tra democrazie e autocrazie, ma si insinua anche all’interno dello stesso Occidente. Sebbene il mutamento dello scenario internazionale fosse già percepibile da almeno un decennio, sono in molti a considerare il nostro tempo come un’epoca destinata a imprimere una svolta radicale al tessuto istituzionale globale.

Resta tuttavia incerto l’esito di lungo periodo della politica estera inaugurata da Trump, che ancora oggi continua a produrre effetti destabilizzanti. Una prima impressione, osservando la tumultuosa sequenza di iniziative intraprese, è che l’amministrazione americana oscilli tra due opzioni strategiche. Da un lato, la ricerca di grandi accordi con i rivali, anche a scapito degli alleati storici. Dall’altro, una svolta neoisolazionista che delega proprio agli alleati il compito di sostenere i costi – economici e militari – delle crisi nelle rispettive aree di interesse. Quest’ambivalenza, tuttavia, non sembra preludere a un “nuovo ordine” internazionale. Piuttosto, alimenta l’instabilità e l’insicurezza di un assetto globale in cui è proprio la superpotenza che più ha beneficiato dell’ordine liberale postbellico a minarne ora i fondamenti, senza che emerga un’alternativa strutturata in grado di sostituirlo.

Eppure, la dissoluzione del “vecchio” ordine internazionale non sta conducendo a un puro disordine fondato esclusivamente sulla logica della forza e sulla sovranità priva di freni. Malgrado l’ostentata volontà di molti leader di infrangere regole e princìpi del diritto internazionale, gli interessi contrastanti tra le grandi potenze sembrano ancora tendere a un certo equilibrio, che permette una coesistenza, seppure precaria. Ciò non toglie che in alcune aree strategiche – l’Europa orientale, con la guerra della Russia all’Ucraina, Taiwan, con le tensioni tra Stati Uniti e Cina e il Medio Oriente – tale equilibrio risulti sempre più fragile. Quel che sembra emergere è dunque un sistema internazionale eclettico e composito: una combinazione di istituzioni regolatorie e pulsioni neo-protezioniste, fondate su accordi rinegoziati caso per caso, secondo una logica man to man-business style, priva di una vera organicità.

È in questo quadro incerto che si apre per l’Europa una nuova prospettiva. L’impatto della presidenza Trump sull’ordine internazionale – che ha messo in discussione decenni di cultura liberale condivisa, fondata sul mercato aperto e sullo Stato di diritto – impone di superare l’inerzia di quei leader europeisti che, facendo leva sulle resistenze sovraniste, hanno finora rallentato il processo d’integrazione. La via da intraprendere potrebbe essere quella del “geoliberalismo”: un modello capace di bilanciare le esigenze della geopolitica con i valori liberali e democratici. Non si tratta di abbandonare il liberalismo internazionale europeo, bensì di riformularlo alla luce delle sfide contemporanee: da un lato, l’involuzione illiberale di Paesi come l’Ungheria, sempre più vicini a Mosca; dall’altro, l’affermarsi negli Stati Uniti di una cultura autoritaria promossa dall’amministrazione Trump. L’attuale presidenza americana probabilmente non intende distruggere le organizzazioni internazionali su cui si è fondato l’ordine postbellico, quanto piuttosto svuotarle dall’interno.

A maggior ragione, spetta all’Unione europea il compito di rispondere non solo con il realismo delle azioni già compiute, ma anche con la proposta di una nuova visione: un’Europa che non si limiti a fare ciò che può, ma che si definisca come progetto politico in grado di articolare un nuovo equilibrio globale secondo la logica del geoliberalismo. Ciò potrebbe significare, ad esempio, rilanciare il Progetto di difesa comune europea – già proposto e bocciato dal veto francese nel 1954 – e al contempo approfondire il processo di integrazione valorizzando la pluralità di valori e interessi che convivono all’interno dell’Unione. Solo così l’Europa potrà diventare un attore autorevole nelle relazioni internazionali e superare la tentazione di chiudersi in una visione ripiegata sulle questioni interne, assumendo invece un ruolo responsabile come forza moderatrice in un sistema globale attraversato da tensioni sempre più prossime all’esplosione.